La cliente era rimasta ustionata durante l’idrocolonterapia in conseguenza dell’introduzione di acqua bollente nel colon

In qualità di titolare di un centro estetico ed in cooperazione colposa con l’esecutore del trattamento, cagionava colposamente lesioni personali (proctosigmoidite ulcerativa compatibile con lesione iatrogena da caustici o stress termici, da cui derivava incapacità di attendere alle ordinarie occupazioni per giorni 15) a una cliente, ustionata durante l’idrocolonterapia in conseguenza dell’introduzione di acqua bollente nel colon.

Con questa motivazione i Giudici del merito condannavano l’imputata alla pena di mesi 1 e giorni 15 di reclusione, con il beneficio della sospensione condizionale subordinato al pagamento della provvisionale disposta, e al risarcimento del danno, da liquidarsi in separata sede, nei confronti della parte civile costituita, per il reato di cui agli artt. 113 e 590 cod.pen.

La colpa della donna veniva individuata, in particolare: nell’avere affidato l’esecuzione dell’idrocolonterapia a persona priva di adeguata esperienza, senza la predisposizione dei requisiti minimi di sicurezza, non avendo fatto precedere il trattamento da visita medica e non avendo fornito le informazioni strumentali alla manifestazione, da parte del paziente, del consenso informato; nel non aver fornito un macchinario adeguato, in grado di autoregolamentare la temperatura dell’acqua inserita nel retto; nel non aver assicurato l’assistenza di un medico in caso di eventi imprevisti.

L’imputata proponeva ricorso davanti ai Giudici della Suprema Corte di Cassazione deducendo l’erronea applicazione della legge e la mancanza di motivazione sulle censure di appello specificamente formulate.

Nello specifico eccepiva che, pur rivestendo esclusivamente la carica di legale rappresentante del centro, con competenze solo amministrative, le era stata attribuita la responsabilità per comportamenti rientranti nella sfera di competenza del direttore sanitario del centro estetico, il quale, secondo quanto previsto dall’art. 5 del d.P.R. n. 128 del 1969, è l’unico responsabile del controllo del personale, della gestione delle cartelle cliniche, dell’applicazione delle regole sul consenso informato, della vigilanza sui trattamenti sanitari.

La ricorrente evidenziava che, in base alla giurisprudenza di legittimità, in tema di reati colposi, il direttore sanitario di una casa di cura privata è titolare, in virtù dei poteri di gestione e organizzazione della struttura a lui spettanti, di una posizione di garanzia giuridicamente rilevante, tale da consentire di configurare una responsabilità colposa per fatto omissivo per mancata o inadeguata organizzazione (c.d. “colpa da organizzazione”), derivante dall’inottemperanza all’obbligo di adottare le cautele organizzative e gestionali, necessarie a prevenire la commissione di reati, sempre che questi non siano ascrivibili esclusivamente al medico e/o ad altri operatori della struttura.

I Giudici Ermellini, tuttavia, con la sentenza n. 3487/2021 hanno ritenuto le doglianze inammissibili poiché le censure formulate, che presupponevano l’attribuzione della penale responsabilità all’imputata in ragione esclusivamente della sua qualifica quale legale rappresentante del centro estetico e la nomina, all’epoca del fatto, di un direttore sanitario, risultavano a-specifiche, non confrontandosi con la ricostruzione dei fatti, come effettuata dai giudici di merito.

In primo luogo, nel caso in esame, i giudici di merito erano pervenuti alla pronuncia di condanna nei confronti dell’imputata non in ragione di una sua posizione di garanzia, ma piuttosto in considerazione della sua condotta attiva, che aveva concorso a determinare le lesioni alla vittima – condotta consistente nel conferimento dell’incarico ad infermiera priva di adeguata esperienza e nell’organizzazione della struttura e della prestazione del servizio in esame con modalità del tutto incongrue.

Inoltre, non vi era alcuna menzione – né nella sentenza impugnata né in quella di primo grado – dell’asserita nomina del direttore sanitario, già all’epoca dei fatti, nella persona indicata nell’impugnazione.

Quest’ultimo risultava come un semplice medico della struttura, che peraltro non avrebbe eseguito il trattamento al posto dell’infermiera, come affermato dall’imputata, anche perché, secondo quanto accertato, il giorno del sinistro non era neppure presente.

La Cassazione ha sottolineato, infine, che la disciplina invocata dalla ricorrente era applicabile ai servizi ospedalieri, che possono essere forniti da ospedali pubblici o case di cura private muniti di apposita autorizzazione (ex art. 193 del r.d. n. 1265 del 1934), ma non dai centri estetici.

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