Violazione dei doveri informativi e comportamento incauto del dipendente: la Cassazione fa il punto sulle regole di giudizio da applicare in caso di domanda di risarcimento danni per infortunio sul lavoro

La vicenda

La Corte d’Appello di Trieste aveva parzialmente accolto la domanda di risarcimento proposta dall’attore nei confronti del Comune e del proprio superiore gerarchico per l’infortunio sul lavoro patito a causa del crollo di un capannone metallico di proprietà dell’ente.

La corte territoriale aveva fissato il risarcimento dei danni nella misura del 35%, considerato il contributo causale della vittima (del 65%) nella causazione del sinistro, la quale aveva deciso di eseguire ugualmente il lavoro nonostante le indicazioni contrarie.

Contro la sentenza l’infortunato ha proposto ricorso per cassazione, lamentando l’errore commesso dai giudici dell’appello per non essersi conformati all’indirizzo giurisprudenziale secondo cui “in caso di violazione delle norme poste a tutela dell’integrità fisica del lavoratore il datore di lavoro è interamente responsabile dell’infortunio che ne sia derivato e non può invocare il concorso di colpa del danneggiato”.

La questione giuridica: concorso di colpa del dipendente e violazione dei doveri informativi

La questione giuridica sulla quale si discute è dunque relativa alla valutazione della rilevanza o meno del concorso di colpa del dipendente nell’ambito degli infortuni sul lavoro.

In linea di principio – hanno affermato i giudici della Suprema Corte (Sezione Lavoro, n. 30679/2019)- «non può escludersi che il comportamento colposo del lavoratore, autonomamente intrapreso ma tale da non integrare gli estremi del rischio elettivo, possa determinare un concorso di colpa, da regolare ai sensi dell’articolo 1227 c.c., allorquando l’evento dannoso non possa dirsi frutto dell’incidenza causale decisiva del solo inadempimento datoriale, ma derivi dalla indissolubile coesistenza di comportamenti colposi di ambo le parti del rapporto di lavoro».

D’altra parte le norme civilistiche sanciscono l’obbligo del lavoratore di osservare i doveri di diligenza (articolo 2104 c.c.), anche a tutela della propria o altrui incolumità.

Tuttavia, “di concorso di colpa nell’illecito non si può mai parlare quando la radice causale ultima dell’evento, pur in presenza di un comportamento del lavoratore astrattamente non rispettoso di regole cautelari, si radichi nella mancata adozione, da parte del datore di lavoro, di forme tipiche o atipiche di prevenzione (ivi compreso il rispetto dei doveri informativi), la cui ricorrenza avrebbe consentito, nonostante tutto, di impedire con significativa probabilità l’evento”.

Ciò deriva dal risalente insegnamento secondo cui il datore di lavoro è tenuto a proteggere l’incolumità del lavoratore nonostante l’imprudenza e la negligenza di quest’ultimo.

Ed è in questa prospettiva che parte della giurisprudenza ha ritenuto che l’inadempimento dell’obbligo di protezione da parte del datore di lavoro configura ex sé una causa di esclusione del concorso di colpa.

La pronuncia della Cassazione

Nella vicenda in esame, la Corte d’Appello si era discostata da tali principi di diritto. E infatti, nel valutare i comportamenti incauti addossati al lavoratore, aveva fatto leva sul fatto che egli avesse agito pur non avendo “partecipato alla fase di montaggio” e in assenza di “specifica formazione riguardo alle modalità di svolgimento dell’opera (che peraltro non aveva mai eseguito prima di allora)” e “senza libretto di istruzioni”.

L’errore è palese – hanno affermato gli Ermellini – “in quanto era il datore di lavoro a non dover neppure prospettare al lavoratore, in assenza di quelle informazioni, lo svolgimento di quell’opera”; tanto è bastato a escludere che i corrispondenti profili potessero essere valorizzati quali elementi colposi a carico del lavoratore”.

Perciò il ricorso è stato accolto e affermati i seguenti principi:

– “In materia di infortuni sul lavoro, al di fuori dei casi di rischio elettivo, nei quali la responsabilità datoriale è esclusa, qualora ricorrano comportamenti colposi del lavoratore, trova applicazione l’articolo 1227 c.c., comma 1, la condotta incauta del lavoratore non comporta concorso idoneo a ridurre la misura del risarcimento ogni qual volta la violazione di un obbligo di prevenzione da parte del datore di lavoro sia giuridicamente da considerare come munita di incidenza esclusiva rispetto alla determinazione dell’evento dannoso, il che in particolare avviene quando l’infortunio si sia realizzato per l’osservanza di specifici ordini o disposizioni datoriali che impongano colpevolmente al lavoratore di affrontare il rischio o quando l’infortunio scaturisca dall’avere il datore di lavoro integralmente impostato la lavorazione sulla base di disposizioni illegali e gravemente contrarie ad ogni regola di prudenza o infine quando vi sia inadempimento datoriale rispetto all’adozione di cautele, tipiche o atipiche, concretamente individuabili, nonché esigibili ex ante ed idonee a impedire, nonostante l’imprudenza del lavoratore, il verificarsi dell’evento dannoso”;

– “Qualora risulti l’inosservanza, da parte del datore di lavoro, di specifici doveri informativi (o formativi) del lavoratore rispetto all’attività da svolgere, tali da rendere altamente presumibile che, ove quegli obblighi fossero stati assolti, il comportamento del lavoratore da cui è scaturito l’infortunio non vi sarebbe stato, non è possibile addossare al lavoratore, sotto il medesimo profilo, l’ignoranza delle circostanze che dovevano essere oggetto di informativa (o di formazione), al fine di fondare una colpa idonea a concorrere con l’inadempimento datoriale e che sia tale da ridurre, ai sensi dell’articolo 1227 c.c., la misura del risarcimento dovuto”.

La redazione giuridica

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