Al momento della rapina nella filiale erano presenti sei dispositivi di sicurezza tra quelli indicati nel protocollo ABI (Tribunale di Teramo, Sez. Lavoro, Sentenza n. 566/2021 del 01/12/2021 RG n. 1833/2019)

L’attore promuove giudizio risarcitorio nei confronti del proprio Datore di lavoro, Istituto di Credito, invocandone la responsabilità ex art. 2087 c.c. nella causazione dei subiti e subendi danni patrimoniali e non patrimoniali quest’ultimo comprensivo del danno biologico, di quello morale e di quello dinamico-relazionale, subiti a seguito dell’infortunio da stress correlato occorso presso la sede della filiale il 06/02/2013 ed unicamente ed esclusivamente addebitabile a colpa e responsabilità del proprio datore di lavoro per il comportamento gravemente negligente ed imprudentemente rimproverabile assunto nell’occasione, nonché per la violazione degli obblighi di formazione e informazione, e per il quale l’INAIL ha corrisposto a titolo di indennità la somma di Euro 4.341,54; con condanna della resistente al pagamento di una somma di denaro sia per il 15% di danno biologico per le lesioni permanenti e monetizzabile, in base alle Tabelle del Tribunale di Milano, in Euro 469.453, che per il danno biologico corrispondente a gg. 433 (dal 04/03/2013, giorno dell’evento, al 12/06/2014 fine infortunio) di inabilità temporanea assoluta e monetizzabile in base alle vigenti Tabelle del Tribunale di Milano nella misura di Euro 42.434,00.

La richiesta azionata deriva dall’evento del 6 febbraio 2013, quando una rapina a mano armata avrebbe costituito un infortunio sul lavoro, provocando un danno biologico nella misura del 15%.

A seguito dell’evento, l’attore – dirigente della Filiale rapinata – sporgeva formale denuncia contro ignoti che, penetrati all’interno della Filiale approfittando dell’assenza di idonei strumenti di vigilanza e sorveglianza, perpetravano una rapina con asportazione di valuta.

Il procedimento veniva archiviato dal GIP il 26 /11/2013 a seguito di richiesta di archiviazione del P.M.

Il ricorrente deduce che non era la prima volta che la filiale subiva rapine, come confermato dai verbali di denuncia del 20/12/2010 e dell’11/07/2012.

Per il violento stress sofferto, il 04/03/2013 veniva aperta presso l’INAIL Teramo la pratica di infortunio sul lavoro n. 511659117 per “Rapina a mano armata del 06/02/2013 … “, con la seguente diagnosi: “Disturbo post traumatico da stress da rapina a mano armata con attacchi di panico”.

L’Inail chiudeva l’infortunio con la diagnosi di infortunio da stress correlato “di gravità clinica moderata” e contestuale liquidazione dell’indennità e rimborso spese.

Con nota INAIL del 12/06/2014 era disposta la liquidazione della somma di EUR 4.341,54 a saldo di un danno biologico quantificato nella misura del 7%.

Presso la sede della filiale non era installato alcun idoneo ed efficace sistema di sicurezza contro il rischio di rapine, furti ed aggressioni da parte di terzi e che non vi era personale di vigilanza armata all’interno ed all’esterno della filiale.

Si costituiva in giudizio la Banca di Siena eccependo preliminarmente la inammissibilità della domanda per aver, il ricorrente, già agito al fine di ottenere l’indennizzo previsto nella polizza assicurativa e deducendone, nel merito la sua infondatezza, in quanto all’epoca dei fatti, la convenuta aveva provveduto ad adottare ogni cautela necessaria a garantire la sicurezza del proprio personale addetto presso la filiale.

Il Tribunale non ritiene la domanda fondata.

In punto di distribuzione dell’onere della prova è noto che l’art. 2087 c.c., impone all’imprenditore, in ragione della sua posizione di garante dell’incolumità fisica del lavoratore, di adottare tutte le misure atte a salvaguardare chi presta la propria attività lavorativa alle sue dipendenze.

Tali misure vanno distinte tra: 1) quelle tassativamente imposte dalla legge; 2) quelle generiche dettate dalla comune prudenza; 3) quelle ulteriori che in concreto si rendano necessarie.

Ai fini dell’accertamento della responsabilità datoriale, incombe sul lavoratore che lamenti di avere subito, a causa dell’attività lavorativa svolta, un danno alla salute, l’onere di provare l’esistenza di tale danno, come pure la nocività dell’ambiente di lavoro, nonchè il nesso tra l’uno e l’altro, mentre grava sul datore di lavoro – una volta che il lavoratore abbia provato le predette circostanze – l’onere di provare di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno, ovvero di aver adottato tutte le cautele necessarie per impedire il verificarsi del danno medesimo.

La suprema Corte ha affermato che il contenuto dell’obbligo di sicurezza, previsto dall’art. 2087 c.c., non determina una responsabilità oggettiva a carico del datore di lavoro, essendo necessario che la sua condotta, commissiva od omissiva, sia sorretta da un elemento soggettivo, almeno colposo, quale il difetto di diligenza nella predisposizione di misure idonee a prevenire ragioni di danno per il lavoratore.

Ergo, sono a carico del lavoratore, quale creditore dell’obbligo di sicurezza, gli oneri di allegazione circa la fonte da cui scaturisce siffatto obbligo, del termine di scadenza e dell’inadempimento; nondimeno, l’individuazione delle misure di prevenzione che il datore avrebbe dovuto adottare e l’identificazione della condotta che nello specifico ne ha determinato la violazione deve essere modulata in relazione alle concrete circostanze e alla complessità o peculiarità della situazione che ha determinato l’esposizione al pericolo.

Il ricorrente sostiene che le conseguenze invalidanti derivanti dalla rapina subita in data 6.2.2013 presso la filiale, dove lo stesso ricopriva il ruolo di Direttore, siano imputabili al datore di lavoro, stante l’assenza di idonee misure di sicurezza, volte a prevenire il rischio di rapina, considerando, al riguardo, gli episodi di rapina già subiti, in data 20.12.2000 ed in data 11.7.2012 ed il fatto che in tale occasione, come emergerebbe dal sistema di video registrazione, i malviventi riuscivano ad entrare all’interno dell’istituto bancario senza particolare difficoltà.

Tale assunto, tuttavia, non ha trovato supporto probatorio, risultando, invece, sussistenti i sistemi di sicurezza e di prevenzione che, in base al progresso tecnico allora esistente, erano considerati sufficienti per ridurre il rischio insito di rapine.

L’articolo 15 del D,.lgs n. 81 del 2008 prevede che le misure generali di tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori nei luoghi di lavoro sono:

a) la valutazione di tutti i rischi per la salute e sicurezza;

b) la programmazione della prevenzione, mirata ad un complesso che integri in modo coerente nella prevenzione le condizioni tecniche produttive dell’azienda nonchè l’influenza dei fattori dell’ambiente e dell’organizzazione del lavoro;

c) l’eliminazione dei rischi e, ove ciò non sia possibile, la loro riduzione al minimo in relazione alle conoscenze acquisite in base al progresso tecnico.

Ai sensi del seguente articolo 33, il Medico di prevenzione e protezione dai rischi professionali provvede:

a) all’individuazione dei fattori di rischio, alla valutazione dei rischi e all’individuazione delle misure per la sicurezza e la salubrità degli ambienti di lavoro, nel rispetto della normativa vigente sulla base della specifica conoscenza dell’organizzazione aziendale;

b) ad elaborare, per quanto di competenza, le misure preventive e protettive di cui all’articolo 28, comma 2, e i sistemi di controllo di tali misure;

c) ad elaborare le procedure di sicurezza per le varie attività aziendali;

d) a proporre i programmi di informazione e formazione dei lavoratori;

e) a partecipare alle consultazioni in materia di tutela della salute e sicurezza sul lavoro, nonchè alla riunione periodica di cui all’ articolo 35;

f) a fornire ai lavoratori le informazioni di cui all’articolo 36.

Ciò posto il Giudice sottolinea che in data 16 gennaio 2007, i Prefetti delle province abruzzesi, i rappresentanti dell’ABI ed i rappresentanti delle Banche operanti nella regione hanno sottoscritto un “Protocollo d’intesa per la prevenzione della criminalità in banca” con obiettivo, tra gli altri, di incrementare i rapporti di collaborazione tra le banche e le forze dell’ordine e diffondere tra gli operatori una maggiore cultura della sicurezza, in piena sintonia con la filosofia che ispira l’attività delle Forze dell’ordine.

Ai sensi dell’articolo 4 rubricato ‘Misure di Sicurezza’, le Banche firmatarie si sono impegnate a dotare ogni dipendenza – entro 3 mesi dalla data di sottoscrizione – “di almeno 4 sistemi di sicurezza” tra quelli elencati: bussola, metal detector, rilevatore biometrico, vigilanza, videosorveglianza, videoregistrazione, allarme antirapina, sistema di protrezione perimetrale, bancone blindato, dispositivo di custodia valori ad apertura temporizzata, sistema di macchiatura delle banconote, sistema di tracciabilità delle banconote.

In base a quanto previsto nel Documento di ‘Valutazione del Rischio Rapina’ relativo all’agenzia dell’11.7.2012, all’interno di tale struttura erano presenti: 1) Bussola; 2) Sistema di protezione perimetrale attiva/passiva; 3) Videoregistrazione; 4) Rilevatore Biometrico.

E ciò in conformità al protocollo sopra indicato.

Oltre a questi sistemi, erano presenti ulteriori dispositivi per disincentivare il compimento di atti criminosi, in particolare: a) Armadio valori in bianco; b) cassettiera temporizzata; c) cassaforte generica.

Pertanto, al momento della rapina, nella filiale erano presenti sei dispositivi di sicurezza, tra quelli indicati nel protocollo ABI.

Inoltre, contrariamente a quanto affermato dal ricorrente circa la mancata formazione sul rischio di rapina, agli atti di causa risultano due corsi sulla sicurezza organizzati dalla convenuta.

Pertanto, le doglianze del ricorrente non colgono nel segno e la domanda viene rigettata.

Stante la particolarità della causa e della obiettiva controvertibilità delle questioni sollevate, le spese di lite vengono compensate integralmente.

Avv. Emanuela Foligno

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