La nuova sentenza della Corte d’Assise, a conclusione dell’appello bis disposto dalla Cassazione, conferma il proscioglimento dei camici bianchi dal capo d’imputazione di omicidio colposo

La terza Corte di Assise d’appello ha confermato l’assoluzione dei 5 medici dell’Ospedale Pertini di Roma che hanno avuto in cura, nelle ore precedenti la sua morte, Stefano Cucchi, il 32enne geometra romano deceduto il 22 ottobre 2009 dopo un ricovero di cinque giorni presso il nosocomio capitolino.

Il sostituto procuratore aveva chiesto una condanna di 4 anni di reclusione per il primario Aldo Fierro e di 3 anni e mezzo per gli altri 4 sanitari, tutti per il reato di omicidio colposo.

La sentenza di secondo grado arriva dopo una lunga e travagliata storia processuale, iniziata dopo la morte di Cucchi con l’iscrizione nel registro degli indagati di dodici persone – sei medici, tre infermieri e tre agenti della penitenziaria – con le accuse, a vario titolo e secondo le specifiche posizioni, di abbandono d’incapace, abuso d’ufficio, favoreggiamento, falsità ideologica, lesioni e abuso di autorità.

Secondo l’ipotesi formulata dall’accusa, Cucchi era stato ‘pestato’ nelle celle del tribunale e in ospedale le sue richieste erano state ignorate tanto da essere addirittura abbandonato e lasciato morire di fame e sete.

Il processo, dopo molteplici consulenze e l’audizione di decine di testimoni, aveva visto la condanna in primo grado per omicidio colposo solamente per i medici. I camici bianchi, tuttavia, erano stati assolti, perché il fatto non sussiste, a seguito di un ‘primo processo di appello’ conclusosi a ottobre 2014, ma la Corte di Cassazione aveva successivamente stabilito che quel processo in secondo grado fosse da rifare, non ritenendo convincenti le motivazioni dell’assoluzione dei 5 medici.

La suprema corte aveva ordinato l’apertura di un nuovo processo di secondo grado affinché si verificassero eventuali condotte omissive da parte dei sanitari per impedire il decesso del ragazzo, ricordando che i medici del Pertini avevano una ‘posizione di garanzia’ a tutela della salute di Stefano Cucchi e il loro primo dovere era diagnosticare ‘con precisione’ la sua patologia anche in presenza di una ‘situazione complessa che non può giustificare l’inerzia del sanitario o il suo errore diagnostico’.

Ieri la nuova assoluzione. I giudici hanno respinto le richieste dell’accusa che riprendendo la sentenza di primo grado sosteneva la tesi della sindrome da inanizione come concausa della morte di Cucchi.

La vicenda giudiziaria, tuttavia, non si conclude con la decisione della Corte d’Appello; l’inchiesta-bis, infatti, vede indagati cinque carabinieri, tre per lesioni personali aggravate e abuso d’autorità, e due per falsa testimonianza. Si attendono ora i risultati di una perizia disposta dal gip in sede d’incidente probatorio per accertare la natura, l’entità e l’effettiva portata delle lesioni subite dalla giovane vittima.

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