Culle per partorire in anonimato come la vecchia Ruota degli Esposti, intervista a Teresa Ceni Longoni, presidente del Centro di Aiuto alla Vita di Abbiate Grasso – Magenta e Rho

Dopo i fatti di cronaca che hanno coinvolto Settimo Torinese, dove un bambino è stato lanciato in strada dalla madre ed è morto poco dopo in ospedale, è infuriata la polemica soprattutto sui social contro la donna che ha confessato il gesto, raccontando al procuratore capo di Ivrea Giuseppe Fernando di aver partorito in bagno e di non ricordarsi poi più nulla.

L’8 maggior scorso invece è deceduta una bambina abbandonata in un giardino condominiale a Trieste.

Troppo poco si parla di parto in anonimato, una procedura che in ospedale è regolamentata con delle procedure dal DPR 396/2000, art. 30, comma 2. Il nome della madre rimane per sempre segreto e nell’atto di nascita del bambino viene scritto “Nato da donna che non consente di essere nominata”. L’immediata segnalazione alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni della situazione di abbandono del neonato non riconosciuto apre il procedimento di adottabilità. Quando invece il parto avviene all’esterno si rischiano le tragedie e troppo spesso il bambino non viene recuperato in tempo.

Responsabile Civile si è rivolto a Teresa Ceni Longoni, presidente del Centro di Aiuto alla Vita (Cav) di Abbiate Grasso – Magenta e Rho e responsabile di www.culleperlavita.it , il sito che segnala le culle dove poter lasciare i neonati in totale sicurezza e anonimato, che ci ha permesso di addentrarci nel mondo degli abbandoni di neonati.

Ecco cosa ci ha raccontato.

Culle per la vita è un sito di informazione, siamo quelli che l’hanno aperto e mettiamo in rete tutte le culle presenti in Italia a prescindere da chi le ha aperte. La nostra è stata una scelta laica e inclusiva. L’obiettivo è dire a qualsiasi donna in qualsiasi parte d’Italia che una culla c’è indipendentemente da chi l’ha a aperta. I bambini nei cassonetti ci sono, è necessario fare qualcosa. Le culle in Italia sono una cosa che chiunque può aprire, anche un privato, non c’è nessuna legislazione in merito. La maggior parte fanno capo a Centro di Aiuto alla Vita che sono una quarantina e fanno parte del Movimento per la Vita italiano che hanno già un servizio di accoglienza della maternità non voluta e difficile. I Cav sono ora presenti in ospedale, con un regolare rapporto con le Usl. Il Movimento per la vita viene fondato dal dottor Giuseppe Garrone e nel 1992 riaprì la “ruota” in seguito al ritrovamento di un bambino in un cassonetto. Si era chiesto cosa si potesse fare di più per i casi che non si riescono a raggiungere e tirò fuori ciò che in Italia aveva avuto una storia lunghissima, la Ruota degli Esposti. Fu obbligato a chiuderla, dopo essere stato fortemente stigmatizzato. Tuttavia da allora le culle incominciarono a riaprirsi, una in particolare è stata fortemente voluta dal sindaco di Marcallo Concasone (MI) e la culla è di proprietà del comune. Molte sono associate al Cav ma anche ad altre associazioni. Una recente culla è stata aperta in un convento. Non esiste in questo momento nessuna legge che normi l’abbandono nella culla. C’è una proposta di legge fatta nel 2009, io stessa venni chiamata in audizione, che chiede la formulazione di regole e protocolli per l’apertura delle culle che noi seguiamo per buon senso.

Chi la apre deve sapere che la culla deve essere in un luogo protetto, garantire alla madre l’anonimato, dunque in una strada secondaria, in sicurezza, la culla deve assicurare l’immediato intervento di personale sanitario attraverso meccanismi di allarme che segnalino la presenza di qualcosa nella culla. La “nostra” (la culla è di proprietà della Croce Azzurra) è dotata anche di riscaldamento e copertina, come quelle dell’ospedale.

Accadono anche scherzi e nella culla vengono trovati gatti morti, bambolotti o chiamate a vuoto. Poi accade come il 13 aprile dell’anno scorso che abbiamo trovato la bambina.è stata un’emozione tenerla fra le braccia. Deve esserci sempre qualcuno del personale del 118 che interviene e che porta il bambino in ospedale, come se l’avesse trovato per strada. Da lì in poi segue la procedura dell’ospedale. Noi provvediamo che il bambino lasciato raggiunga subito l’ospedale e a quel punto il nostro ruolo e la nostra presenza finiscono lì.

La culla deve essere sprovvista di telecamere che riprendano l’esterno (eventualmente solo puntate sulla culla come la nostra). Esiste comunque la denuncia di abbandono di minore. È proprio questo che andrebbe normato. Il ddl presentato dall’allora senatore Garavaglia riprendeva una vecchia legge dei radicali che equipara l’abbandono nella culla al parto anonimo in ospedale. Noi suggeriamo sempre di andare a partorire in modo anonimo in ospedale ma spesso però non ci sono le condizioni. Non possiamo conoscere la condizione che c’è dietro a queste donne. In questi casi il miglior commento è il silenzio. Entrare in punta di piedi e possibilmente scalzi nel tessuto di dolore di queste persone.

Dopo quello che è successo a Settimo Torinese moltissime persone ci hanno chiamato dandoci la disponibilità ad aprire culle con un’accoglienza grandiosa. Ecco, ognuno di noi si domandi come può fare per essere più accogliente. Sono donne che non si possono giudicare a mio parere, al di là di ogni polemica hanno fatto l’unica cosa che a loro era richiesta che è quella di dargli la vita. Nel nostro piccolo abbiamo messo in piedi un sito e tutta l’attività è volontaria.

Anche nel mio lavoro ordinario affiancare una donna che vuole fare un parto anonimo non è facile. Spesso si presentano a fine gravidanza. Noi le seguiamo anche dopo il parto. Bisogna avere un atteggiamento non giudicante. Arrivano anche donne alla 38esima o 39esima settimana senza aver mai visto un ginecologo nascondendo la gravidanza. È necessario stare affianco alle madri con una consapevolezza un po’ diversa e soprattutto fare tanta informazione che esistono strutture come i Cav che possono essere un valido sostegno per queste storie di disperazione”.

Laura Fedel

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