Esclusa la legittimità del licenziamento del lavoratore che su una chat privata pubblichi un video senza intento diffamatorio

I messaggi che circolano attraverso le nuove “forme di comunicazione”, ove inoltrati non ad una moltitudine indistinta di persone ma unicamente agli iscritti ad un determinato gruppo, come nelle chat private o chiuse, devono essere considerati alla stregua della corrispondenza privata, chiusa e inviolabile. Ciò premesso, non è configurabile come legittimo il licenziamento intimato alla dipendente che si sia limitata ad effettuare una ripresa e al più ad inviare il relativo video in chat, senza proferire alcuna frase offensiva verso la società e/o la clientela.

La vicenda

La ricorrente aveva agito in giudizio nei confronti della società datrice di lavoro, esponendo di essere stata sottoposta con lettera di contestazione a procedimento disciplinare, all’ esito del quale veniva licenziata per  giusta causa, con l’ accusa di avere registrato e postato sulla chat Whatsapp denominata “Do u like …Ve3” un video che ritraeva due figlie minorenni di una cliente di uno dei punti vendita mentre lo store manager di quest’ultimo proferiva espressioni gravemente scurrili verso la loro madre.

La lavoratrice negava di avere postato il video in chat e, in ogni caso, rilevava l’assenza di carattere diffamatorio. In diritto, invece, invocava la non utilizzabilità della prova, richiamando una recentissima sentenza della Suprema Corte di Cassazione n. 21695/2018.

Il caso riguardava la pronuncia di frasi offensive verso il datore di lavoro scritte da alcuni dipendenti, in un gruppo chiuso di Facebook.

Ebbene, in tale occasione i giudici della Suprema Corte avevano affermato che  “ove la comunicazione con più persone avvenga in un ambito privato, cioè all’interno di una cerchia di persone determinate, non solo vi è un interesse contrario alla divulgazione, anche colposa, dei fatti e delle notizie oggetto di comunicazione, ma si impone l’esigenza di tutela della libertà e segretezza delle comunicazioni stesse”.

L’art. 15 della Cost. definisce, inoltre, come inviolabili “la libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione”, dovendosi intendere la segretezza come espressione della più ampia libertà di comunicare liberamente con soggetti predeterminati, e quindi come pretesa che soggetti diversi dai destinatari selezionati dal mittente non prendano illegittimamente conoscenza del contenuto di una comunicazione.

Pertanto i messaggi che circolano attraverso le nuove “forme di comunicazione”, ove inoltrati non ad una moltitudine indistinta di persone, ma unicamente agli iscritti ad un determinato gruppo, come appunto nelle chat private o chiuse, devono essere considerati alla stregua della corrispondenza privata, chiusa e inviolabile.

I principi espressi, pur condivisibili, non hanno tuttavia, trovato applicazione nel caso in esame.

Il video oggetto di causa non è stato infatti ritenuto inutilizzabile dal momento che la sua acquisizione da parte della Società non era avvenuta mediante intrusione di un terzo non iscritto al gruppo, con violazione dunque della libertà e segretezza della corrispondenza, bensì a seguito di segnalazione da parte di un dipendente iscritto al gruppo medesimo, quale tale destinatario della corrispondenza.

La Corte di Cassazione ha invece ritenuto fondata la seconda censura formulata dalla lavoratrice licenziata, quella cioè relativa al carattere denigratorio e offensivo del video verso la società e la clientela del punto di vendita, tale da giustificare il provvedimento di recesso.

Quest’ultima si era, infatti,  limitata ad effettuare la ripresa e al piu’ eventualmente ad inviare il video in chat, senza proferire alcuna frase offensiva versa la società e/o la clientela;

Si trattava, peraltro, di chat privata ristretta al solo personale del punto vendita e, dunque, tutelata da inviolabilità della libertà e segretezza delle comunicazioni, da cui l’assenza di divulgazione del contenuto a terzi;

Era infine evidente che lo scopo del video non era l’intento diffamatorio, ma semmai quello di mettere ironicamente in luce la dedizione del personale e le sottese pretese della società nei confronti dello stesso.

Attesa dunque l’assenza nella condotta della ricorrente della ravvisata valenza denigratoria verso società e clientela, esclusa la violazione di specifici doveri d’ ufficio ex art 220 Ccnl, il licenziamento è stato dichiarato illegittimo con concessione della tutela ex art 3 comma 2 d.lgs 23/2015 chiesta in via principale.

La redazione giuridica

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