Il Tribunale di Firenze ha chiarito con una sentenza cosa si rischia a mentire al proprio compagno sulla paternità del figlio

Chi decide di mentire al proprio compagno sulla paternità del figlio rischia grosso. A dirlo è la sentenza n.280/2015, emessa dal Tribunale di Firenze, secondo la quale la donna che mente al proprio compagno circa la paternità biologica del figlio sarà tenuta a risarcirlo per i danni subiti.
Questo perché mentire al proprio compagno sulla paternità del figlio, facendogli credere di essere lui il padre biologico, obbligherà a un risarcimento sia nel caso in cui la coppia sia sposata, sia nel caso di convivenza more uxorio. Risarcimento di cui dovrà rispondere personalmente la donna per i danni patrimoniali subiti dal “finto” padre” e per quelli non patrimoniali.
Nel caso di specie preso in esame dai giudici, la violazione del principio di correttezza e buona fede era palese poiché, mentendo, la donna aveva di fatto indotto il partner a ritenere di essere il padre biologico causando allo stesso danni patrimoniali e non patrimoniali.
I primi, consistenti nelle spese sostenute per il mantenimento del bambino nel corso della sua vita, per averlo tatto crescere senza fargli mancare nulla; i secondi, non patrimoniali, per il dolore emotivo patito dopo aver scoperto di non essere il vero padre biologico del bambino. In quest’ultimo caso, i danni sono stati quantificati dal giudice in € 5.000,00.
Il Tribunale non ha però riconosciuto il danno biologico, in quanto lo stesso non risulta né provato né causalmente riconducibile ai fatti di causa. Neanche il danno esistenziale è stato riconosciuto dai giudici, poiché la nascita del bambino non può aver causato un peggioramento delle abitudini di vita dell’uomo.
Alla luce di tali circostanze, il partner ingannato non può ottenere risarcimento per la sofferenza connessa alla scoperta del tradimento, poiché, nel caso di specie, il diritto leso è quello di autodeterminazione, impedito dalla mancata e colpevole informazione che la donna avrebbe dovuto dare all’uomo.
La sofferenza, nel caso specifico, nasce dall’aver scoperto la verità circa la paternità biologica dopo quasi due anni dalla nascita ed è questa, per i giudici, l’unica circostanza che legittima il danno morale richiesto.
 
 
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1 commento

  1. Buongiorno,
    In breve: ho riconosciuto nel 1972 un figlio senza aver contratto matrimonio. Era una ragazza di Conegliano che frequentavo durante il servizio militare. Congedato nel 1971 tornai a Torino. Tramite la segreteria della caserma ottenne con un sotterfugio il mio indirizzo e mi comunicò che era incinta. Ero giovane e incosciente ma l’ho riconosciuto pur nel dubbio. Dopo due mesi la madre mi denunciò penalmente, anzichè civilmente, per mancata corresponsione dell’ assegno di mantenimento, cosa che non mi era mai stata richiesta espressamente. Non abbiamo mai convissuto assieme, nemmeno un giorno. Eravamo incompatibili e entrambi lo sapevamo.
    La madre in seguito si è sposò con altra persona da cui ebbe il secondo figlio.
    Il figlio, che ho mantenuto per 20 anni con assegno mensile, si è fatto vivo lo scorso anno chiedendo un esame DNA. Ho accettato e l’esito è stato sconcertante; non è mio figlio. Tralascio lo stato in cui sono venuto a trovarmi dopo questa scoperta. Io sono sposato ed ho un figlio purtroppo affetto da diabete di tipo 1 che non lavora e tuttora mantengo con assegno mensile di 500 euro e che vive autonomamente a Novi Ligure. Nel frattempo io e la mamma ci siamo separati legalmente. Ora il figlio presunto vorrebbe fare una dichiarazione in cui, a seguito dell’esito dell’esame DNA, rinuncia ad ogni diritto di successione per riparare al danno causato dalla madre, madre che ha ammesso al figlio un rapporto occasionale, a quel tempo, con altro uomo di cui, afferma, non conosce nemmeno il cognome. E’ sufficiente una dichiarazione di suo pugno o deve essere un atto ufficiale emesso da una cancelleria di tribunale o di un notaio? Io penso di no, almeno sino a che sono in vita. Penso invece che una richiesta di disconoscimento paterno sulla base del test DNA sia possibile. Vorrebbe altresì mantenere il cognome, cosa che mi troverebbe concorde.
    Contrariamente sarei costretto a citare la madre in giudizio per danni morali e materiali per avermi mentito e ingannato attribuendomi una responsabilità paterna non mia. Ma lo farei solo in caso estremo, non so nemmeno poi se sussistano le condizioni per poterlo fare.
    Infine potrei anche fidarmi della sua onestà ed avere fiducia nei suoi propositi e lasciare correre l’acqua sotto i ponti.
    Un vostro cortese commento/consiglio sarebbe confortante. Grazie!
    Cordialmente,

    Franco Zanetti

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