Nei reati che presuppongono un’interazione tra autore del fatto e vittima – come nel caso dello scippo ad un’anziana signora, l’aggravante della minorata difesa è in re ipsa, senza che gravi, in capo al Giudice di merito, uno specifico onere motivazionale

Il 7 febbraio 2018, la Corte di appello di Lecce aveva confermato la sentenza di condanna, già pronunciata dal giudice di prime cure, nei confronti di un uomo, accusato di furto con strappo aggravato dalla minorata difesa, ai danni di una anziana signora settantaquattrenne.
La sentenza è stata impugnata per cassazione dal difensore dell’imputato. Questi denunciava il vizio di violazione di legge per aver riconosciuto l’esistenza dell’aggravante della minorata difesa senza che la corte di merito avesse accertato in concreto, quanto l’età della vittima o l’esistenza di una sua particolare debolezza psichica o fisica, avrebbero influito nell’esecuzione del reato.
Ma per i giudici della Cassazione il ricorso era infondato.
Nell’affrontare questo tema, è stato ribadito più volte il principio di diritto secondo cui, la circostanza aggravante di aver approfittato di circostanze di tempo, di luogo o di persona tali da ostacolare la pubblica o privata difesa, a seguito della modifica normativa introdotta dalla legge 15 luglio 2009 n. 94, deve essere specificamente valutata anche in riferimento all’età senile e alla debolezza fisica della persona offesa, avendo voluto il legislatore assegnare rilevanza ad una serie di situazioni che denotano nel soggetto passivo, una particolare vulnerabilità della quale l’agente trae consapevolmente vantaggio.

Detto in altri termini, la Suprema Corte ha inteso attribuire particolare rilievo all’età avanzata della vittima.

E non può essere certo, messo in dubbio, in quanto risponde ad una massima di esperienza di indiscutibile affidabilità – che una persona offesa di età avanzata sia maggiormente vulnerabile di una giovane, perché dotata di una capacità di attenzione e di reazione decisamente più ridotta, il che, di conseguenza, costituisce un’obiettiva agevolazione per l’autore del reato, che può confidare sulle maggiori possibilità di una buona riuscita dell’azione illecita e che, pertanto, può essere indotto a scegliere quell’obiettivo piuttosto che altri.
Ugualmente non è possibile dubitare che i reati che implicano un impatto sulla sfera fisica o psichica del soggetto passivo da parte dell’autore del fatto e la cui buona riuscita conti sulla maggiore o minore difficoltà di reazione all’offesa da parte della vittima, rechino in re ipsa la dimostrazione quantomeno dell’agevolazione derivata dall’età avanzata della vittima, senza che sul Giudice debba gravare un onere motivazionale specifico ed ulteriore (rispetto al rilievo del dato obiettivo dell’età) che appare superfluo, alla luce della massima di esperienza sopra ricordata.
In tali casi, infatti, le possibilità che la vittima impedisca la commissione del reato ai suoi danni sono indubbiamente inibite o quantomeno ostacolate dal naturale ottundimento dei sensi e dall’inibizione delle capacità motorie che derivano dall’avanzare dell’età.

Furto con strappo e la minorata difesa

Tanto può dirsi senz’altro per il furto con strappo, in cui le possibilità che la vittima avverta il pericolo imminente e che impedisca la sottrazione del bene portato sulla sua persona sono indubbiamente mortificate dalle ridotte capacità di percezione del pericolo e di predisposizione alla difesa ed alla reazione legate alla vecchiaia.
In conclusione, è stato perciò, affermato il seguente principio: “Nei reati che presuppongono un’interazione tra autore del fatto e vittima – quale, in particolare, il furto con strappo – l’agevolazione all’agire illecito che deriva dall’età avanzata della persona offesa è in re ipsa, senza che gravi, in capo al Giudice di merito, uno specifico onere motivazionale nel riconoscere la circostanza aggravante di cui all’art. 61, comma 1, n. 5, cod. pen.“.

La redazione giuridica

 
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