Una ricerca statunitense evidenzia le differenti posizioni contenute nelle linee guida delle principali organizzazioni professionali

Se medici e ginecologi sono concordi nel raccomandare alle donne lo screening mammografico prevalentemente con cadenza annuale, a partire dal compimento del quarantesimo anno di età, non sembra invece esserci accordo né sull’età in cui sarebbe meglio iniziare a interrompere l’esame, né sull’intervallo ottimale di esecuzione.
Lo sostiene in una lettera pubblicata sulla rivista JAMA Internal Medicine un gruppo di colleghi della Division of General Internal Medicine dell’Università Johns Hopkins di Baltimora. Il documento sottolinea le differenti posizioni di società e organizzazioni professionali:  mentre l’American Congress of Obstetricians and Gynecologists (Acog) raccomanda mammografie annuali per le donne con più di 40 anni, l’American Cancer Society (Acs) ha rivisto invece nel 2015 le sue linee guida spingendo verso decisioni personalizzate di screening per le donne da 40 a 44 anni, screening annuale a partire da 45 anni, e screening biennale dopo i 55 anni; o ancora la Preventive Services Task Force (Uspstf) ha confermato nel 2016 la propria raccomandazione per decisioni di screening personalizzate per le donne da 40 a 49 anni e mammografia biennale per le donne da 50 a 74 anni.
I ricercatori dell’Ateneo statunitense hanno preso in considerazione le raccomandazioni per screening del cancro al seno di un campione nazionale composto per la maggior parte da medici di medicina generale o di base, oltre che da specialisti in medicina interna e da ginecologi. Il lavoro ha mostrato che l’81% dei medici ha raccomandato lo screening di preferenza annuale per le donne da 40 a 44 anni, l’88% per le donne da 45 a 49 e il 67% per le donne di 75 anni o più, e che i ginecologi hanno raccomandato più facilmente lo screening in tutte le età rispetto ai colleghi con diversa specializzazione.
La ricerca ha inoltre evidenziato come il 26% dei medici segua le linee guida dell’Acog; il 23,8% quelle dell’Acs e il 22,9% quelle dell’Uspstf. “I risultati – sottolineano gli studiosi – forniscono un punto di riferimento importante in quanto le linee guida continuano a evolversi e sottolineano la necessità di delineare le barriere e facilitatori per implementare le linee guida nella pratica clinica».
Fonte: Jama Internal Medicine 2017  http://jamanetwork.com/journals/jamainternalmedicine/fullarticle/10.1001/jamainternmed.2017

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