La struttura ha un dovere di vigilanza sugli assistiti, ma è necessario che il personale venga informato del pericolo di suicidio del paziente; non si può individuare una responsabilità della struttura per un evento imprevedibile

Il Tribunale di Rovigo, con una sentenza dello scorso 15 febbraio si è occupato di una fattispecie specifica nell’ambito della responsabilità professionale del personale sanitario. In particolare, la vicenda esaminata dai Giudici della prima sezione civile, riguardava un caso di suicidio del paziente.

La struttura sanitaria che ospitava l’assistito era stata convenuta in giudizio dal marito e dalla figlia della vittima. Gli attori sostenevano che la donna fosse stata portata in Pronto soccorso in quanto soffriva, a loro dire, di problemi psicologici; riferivano, inoltre, di aver avvisato il personale che la donna aveva manifestato loro intenti suicidari.

La paziente era stata ricoverata presso il reparto Osservazione breve di Neurologia; ma proprio in un momento in cui i parenti si erano assentati, la signora si era recata all’ultimo piano del nosocomio, buttandosi dal tetto.

Di qui le accuse alla Asl per la presunta condotta colposa degli operatori sanitari e la richiesta di risarcimento pari a circa 500mila euro per ciascuno degli attori. Una cifra determinata dai danni patiti iure proprio (danni morali e da perdita del rapporto parentale), nonché dai danni non patrimoniali, iure hereditatis, subiti dalla vittima sotto il profilo del danno morale terminale e del danno da perdita di vita.

Il Tribunale, tuttavia, ha ritenuto di respingere le pretese risarcitorie dei parenti, in quanto infondate.

I Giudici, nel richiamare la giurisprudenza di legittimità, hanno chiarito la natura contrattuale del rapporto tra paziente e struttura ospedaliera; quest’ultima, pertanto, è tenuta a fornire al paziente, oltre alla prestazione principale medica, una serie di obblighi di protezione e accessori. Tra questi rientra anche un dovere di vigilanza sui pazienti, che deve essere maggiore nel caso di soggetti che hanno manifestato intenti suicidari.

Tuttavia, affinché sorga tale dovere, è necessario che il personale dell’Azienda Ospedaliera venga informato di tale pericolo o, quantomeno, che tale pericolo sia riconoscibile; non si può infatti individuare una responsabilità della struttura per un evento imprevedibile.

Per accertare se medici e paramedici fossero stati portati a conoscenza di tali circostanze, i Giudici hanno valutato, innanzitutto, i documenti. Dall’esame degli atti prodotti, tuttavia,  non risultava che vi fossero elementi idonei a ritenere prevedibile il suicidio del paziente.

Il Tribunale ha quindi ritenuto di verificare se, quantomeno, fosse stato dimostrato che i parenti della defunta avessero riferito dei propositi suicidari della donna.  Anche in questo caso, alla luce delle testimonianze assunte nel corso dell’istruttoria, non si è raggiunta alcuna prova.

Alla luce di tali elementi, non poteva dirsi provata la responsabilità dell’Azienda sanitaria in relazione al suicidio, dovendosi ritenere tale evento assolutamente imprevedibile. La domanda di risarcimento degli attori è stata dunque rigettata.

 

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