La riduzione del contributo pubblico erroneamente erogato dà diritto alla società di ottenere il risarcimento del danno per l’attività economica intrapresa

La disattenzione colpevole dell’amministrazione aveva ingenerato nella Società un ragionevole affidamento nella legittimità della delibera, e quindi nella circostanza di poter fruire del contributo pubblico nella misura ivi indicata, tala da indurla a portare avanti la propria iniziativa imprenditoriale

La vicenda

La società appellata aveva partecipato nel 2002 al bando indetto dalla Regione Veneto per il parziale finanziamento di costi di investimento delle imprese, chiedendo un contributo per “nuova costruzione di un fabbricato artigianale e l’acquisto di nuova attrezzatura”.

Con delibera della Giunta della Regione Veneto la società veniva inserita nella graduatoria dei progetti ammissibili al finanziamento per l’importo di € 56.604, salvo “rendicontazione e liquidazione degli importi spettanti”, in relazione alle spese sostenute per i progetti ammessi.

Nel mese di giugno 2006 la Società trasmetteva le fatture delle spese sostenute e la descrizione analitica degli interventi realizzati al Comune, che, a sua volta le trasmetteva alla Regione Veneto, con nulla osta alla liquidazione del contributo di € 56.604.

In data 5 maggio 2008, la stessa Regione comunicava al Comune che la documentazione presentata dalla Società non era conforme alle prescrizioni del bando, richiedendo la trasmissione di ulteriore documentazione; due mesi più tardi, l’amministrazione regionale chiedeva al Comune di emettere un nuovo nulla osta, in sostituzione del precedente, per l’importo di € 5.520.

La riduzione del contributo pubblico

Nel frattempo, la Regione aveva restituito alla Società, buona parte delle fatture da questa presentate, facendo presente che il bando non contemplava contributi per edifici di nuova costruzione, ma solo contributi per l’acquisizione di locali, che, in base alla norma n. 6 del Regolamento CE n. 1685/2000, dovevano già essere costruiti; nel caso di ristrutturazione e ampliamento dei locali il contributo sarebbe stato, invece, erogato solo in base alla spesa ammissibile per l’acquisto di attrezzature.

Per tali ragioni, il Comune, in conformità alla richiesta della Regione, rilasciava il nuovo nulla osta alla liquidazione del contributo alla società, per l’importo di € 5.520, corrispondente al 15 % della spesa ritenuta ammissibile pari € 36.802, per “acquisto di nuova attrezzatura”.

E così, nel 2009, la Direzione Commercio della Regione adottava il decreto impugnato in primo grado, con cui il contributo assegnato alla Società, secondo la deliberazione di giunta, veniva ridotto da € 56.604 a € 5.520, per le sole spese di acquisto di nuove attrezzature.

La pronuncia del Tar Veneto

In primo grado, il Tar Veneto, adito dalla società ricorrente, accoglieva il ricorso ritenendo plausibile che nel corso degli anni quest’ultima avesse maturato un ragionevole e concreto affidamento sulla liquidazione e sul pagamento del contributo in misura corrispondente all’importo assegnato.

Secondo il Tar, “la Regione avrebbe perlomeno dovuto dare conto, nell’atto impugnato, della sussistenza di un interesse pubblico concreto e attuale a ridurre il contributo assegnato, avuto riguardo all’esigenza di salvaguardare la posizione soggettiva del privato che, confidando nella spettanza di un finanziamento commisurato ad una spesa ammissibile di € 377.000, aveva nel frattempo realizzato e completato i lavori di costruzione del fabbricato”.

Il Tribunale amministrativo annullava dunque, il decreto impugnato, senza tuttavia, pronunciarsi sull’istanza di risarcimento del danno per responsabilità precontrattuale.

La vicenda è giunta dinanzi al Consiglio di Stato.

A detta della Regione appellante, per giurisprudenza consolidata, “la revoca-decadenza del contributo pubblico erroneamente erogato costituisce un atto dovuto per l’Amministrazione concedente, che è tenuta a porre rimedio alle conseguenze sfavorevoli derivanti al proprio bilancio per effetto di un’indebita erogazione di contributi pubblici; nella fattispecie non era configurabile un obbligo di specifica motivazione, essendo l’interesse pubblico all’adozione dell’atto in re ipsa, quando sussista un indebito esborso di danaro pubblico con vantaggio ingiustificato per il privato.

Inoltre, avendo trasmesso al Comune il “protocollo di lavoro” in cui era riportata la norma n. 6 del Reg. CE n. 1685/00, la società avrebbe dovuto avvedersi che la costruzione di nuovi locali non poteva essere ammessa alla contribuzione oggetto del bando.

Ebbene il ricorso è stato accolto.

Ad avviso del Collegio, una volta ritenuto che il bando e il protocollo di lavoro avessero assicurato una sufficiente conoscenza da parte della Società delle condizioni di ammissibilità alla contribuzione, doveva ragionevolmente escludersi un affidamento della stessa circa il carattere definitivo del finanziamento inizialmente riconosciuto, tale da imporre all’Amministrazione un particolare onere di motivazione a sostegno del recupero di quanto indebitamente riconosciuto.

Ma il Consiglio di Stato (Seconda Sezione, sentenza n. 7246/2019) ha accolto anche l’impugnazione incidentale presentata dalla società, nella parte relativa all’istanza di risarcimento del danno per responsabilità precontrattuale.

Ed invero, nella fattispecie, è stata riconosciuta una responsabilità dell’Amministrazione non causalmente riconducibile al doveroso e legittimo esercizio del potere di autotutela, quanto piuttosto al fatto che essa si fosse avveduta dell’inammissibilità della domanda di contributo della Società solo nella fase procedimentale successiva all’emanazione della delibera di giunta e cioè solo dopo cinque anni dall’adozione della stessa.

La decisione

Tale disattenzione colpevole dell’amministrazione è stata ritenuta, in sostanza, contrastante con i canoni di correttezza e buona fede sanciti dall’art. 1337 c.c., essendosi verosimilmente ingenerato nella Società un ragionevole affidamento nella legittimità della delibera, e quindi nella circostanza di poter fruire del contributo nella misura ivi indicata, tala da indurla a portare avanti la propria iniziativa imprenditoriale: “se non è scusabile la mancata conoscenza dell’art. 6 del Reg. CE n. 1685/00 da parte della società, a maggior ragione non può esserlo l’atteggiamento dell’Amministrazione procedente che tale norma avrebbe dovuto correttamente applicare ab initio”.

Definita in questi termini la responsabilità della Regione, il Consiglio di Stato ha determinato il quantum del danno risarcibile, sotto il profilo del danno emergente, tenendo conto delle spese sostenute dalla società proprio in relazione alla suddetta fase procedimentale successiva alla delibera giuntale, pari a € 600,00.

Sotto il profilo del lucro cessante è stata, invece, rigettata la richiesta di € 47.230,88, a titolo di maggiori interessi sostenuti sul finanziamento ipotecario di € 350.000,00, fondata sull’ipotesi che tale spesa avrebbe potuto essere evitata partecipando al bando per il finanziamento agevolato. E ciò in quanto si trattava di una “pretesa volta a configurare un danno da perdita della chance di un altro finanziamento cui la società riteneva di poter attingere”; ma poiché dell’an di una tale occasione non vi era alcuna certezza, nel merito non poteva che essere formulato solo un giudizio prognostico ex ante in termini probabilistici e il quantum liquidato in via equitativa nella misura di € 5.000,00.

Avv. Sabrina Caporale

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