Respinto il ricorso dell’Enav contro la condanna al risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale di un lavoratore per il demansionamento subito

Con ordinanza n. 26592/2020 la Cassazione si è pronunciata sul ricorso presentato dall’ENAV contro la decisione dei giudici del merito che avevano accertato il demansionamento subito da un lavoratore condannando l’Ente al pagamento di euro 83.902,66, somma “comprensiva del danno patrimoniale e non patrimoniale”.

La Corte territoriale, in particolare, nel condividere la lettura delle risultanze istruttorie effettuata dal Tribunale “in ordine all’affermata dequalificazione per il periodo oggetto di causa”; sottolineava come il primo giudice avesse tenuto conto “di elementi secondari provati (tipologia delle mansioni in precedenza svolte, lunghezza non breve delle giornate di inattività o dello svolgimento di attività non corrispondenti alle precedenti, durata oltre 4 anni) per inferire da questi la prova del fatto principale, ossia del danno professionale verificatosi, consistito nella perdita del bagaglio professionale acquisito, che notoriamente incide sulle chance di carriera future ed anche in realtà di mantenimento del posto di lavoro”.

Quanto al danno non patrimoniale, invece, il Collegio distrettuale evidenziava come il primo giudice avesse “liquidato un danno nella misura del 5% della retribuzione mensile”, proprio tenendo conto che il lungo demansionamento aveva “compromesso un diritto soggettivo fondamentale consistente nella lesione della dignità morale sofferta per così lungo tempo di inattività nell’ambito dell’ambiente lavorativo”;

Nel rivolgersi alla Suprema Corte la parte ricorrente denunciava, tra gli altri motivi, il mancato assolvimento dell’onere di allegazione e prova del danno non professionale; in particolare, il Giudice a quo avrebbe ritenuto “sufficiente un unico indizio, rappresentato dalla durata della dequalificazione, per inferire la prova del danno, pur in assenza di allegazioni specifiche e puntuali e di prove”, senza poi che fosse stata fornita finanche l’allegazione che il ricorrente avesse mai segnalato all’azienda qualsiasi disagio”.

La Cassazione, nel rigettare il ricorso ha specificato, con particolare riferimento ai danni non patrimoniali, che “il ristoro pecuniario del pregiudizio attinente alla sfera personale non può mai corrispondere alla relativa esatta commisurazione, imponendosene pertanto la valutazione equitativa, anche attraverso il ricorso alla prova presuntiva, che potrà costituire pure l’unica fonte di convincimento del giudice”.

In ipotesi di dequalificazione, il giudice del merito, con apprezzamento di fatto incensurabile in cassazione se adeguatamente motivato, può desumere l’esistenza del danno, determinandone anche l’entità in via equitativa, con processo logico – giuridico attinente alla formazione della prova, anche presuntiva, in base agli elementi di fatto relativi alla qualità e quantità della esperienza lavorativa pregressa, al tipo di professionalità colpita, alla durata del demansionamento, all’esito finale della dequalificazione e alle altre circostanze del caso concreto.

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