Il lavoratore che subisce un danno alla salute per demansionamento deve provare il danno, la nocività dell’ambiente e il nesso causale

“La responsabilità del datore di lavoro di cui all’art. 2087 c.c. è di natura contrattuale. Ne consegue che, ai fini del relativo accertamento, incombe sul lavoratore che lamenti di aver subito, a causa di demansionamento o dequalificazione, un danno alla salute, l’onere di provare l’esistenza di tale danno, come pure la nocività dell’ambiente di lavoro, nonché il nesso tra l’uno e l’altro elemento, mentre grava sul datore di lavoro, una volta che il lavoratore abbia provato le predette circostanze, l’onere di provare di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno, ovvero di aver adottato tutte le cautele necessarie per impedire il verificarsi del danno medesimo”.

Tale è il principio affermato dalla Corte di Cassazione (Sez. Lavoro, Ordinanza n. 11777 del 6 maggio 2019)

Il lavoratore agiva in giudizio per ottenere l’accertamento della dequalificazione subita ed il conseguente risarcimento dei danni.

Il Tribunale rigettava la domanda per mancato assolvimento dell’onere probatorio e la Corte di Appello confermava la sentenza di primo grado.

Il lavoratore ricorre in Cassazione.

Gli Ermellini, preliminarmente danno atto del diritto del lavoratore a vedere riconosciuto il danno professionale e biologico in presenza di accertato illegittimo demansionamento. 

Tuttavia, in materia di demansionamento e di dequalificazione il riconoscimento del diritto del lavoratore al risarcimento del danno professionale, biologico o esistenziale, non può prescindere da una specifica allegazione sulla natura e sulle caratteristiche del pregiudizio medesimo e dalla prova dell’esistenza del danno stesso e del nesso di causalità.

E’ necessario distinguere tra violazione degli obblighi contrattuali e produzione del danno da inadempimento, ribadisce la Suprema Corte.

Al riguardo vengono richiamati i principi di diritto consolidati in materia secondo cui “la responsabilità del datore di lavoro ex art. 2087 c.c. è di carattere contrattuale, atteso che il contenuto del contratto individuale di lavoro risulta integrato per legge, ai sensi dell’art. 1374 c.c., dalla disposizione che impone l’obbligo di sicurezza e lo inserisce nel sinallagma contrattuale”.

Conseguentemente  incombe al lavoratore che lamenti di aver subito, a causa dell’attività lavorativa svolta, un danno alla salute, l’onere di provare l’esistenza di tale danno, come pure la nocività dell’ambiente di lavoro, nonché il nesso tra l’uno e l’altro, senza che occorra anche la indicazione delle norme antinfortunistiche violate o delle misure non adottate, mentre, quando il lavoratore abbia provato quelle circostanze, grava sul datore di lavoro l’onere di provare di avere adottato tutte le cautele necessarie ad impedire il verificarsi del danno.

Tali principi sono stati correttamente applicati dal Giudice di Merito e in legittimità non è consentito rivalutare le prove.

Inoltre gli Ermellini non ritengono ammissibile neppure la censura del lavoratore inerente le errate valutazioni effettuate dalla corte di merito riguardo alle risultanze probatorie.

Al riguardo ribadiscono che il ricorso per Cassazione non può essere inteso “a far valere la rispondenza della ricostruzione dei fatti operata dal giudice del merito al diverso convincimento soggettivo della parte e, in particolare, non vi si può proporre un preteso migliore e più appagante coordinamento dei molteplici dati acquisiti, atteso che tali aspetti del giudizio, interni all’ambito della discrezionalità di valutazione degli elementi di prova e dell’apprezzamento dei fatti, attengono al libero convincimento del giudice e non ai possibili vizi dell’iter formativo di tale convincimento rilevanti ai sensi della disposizione di cui all’art. 360, comma 1, n. 5, c.p.c.: in caso contrario, il motivo di ricorso si risolverebbe in una inammissibile istanza di revisione delle valutazioni e dei convincimenti del giudice di merito, ovvero di una nuova pronuncia sul fatto, sicuramente estranea alla natura ed alle finalità del giudizio di cassazione”

Il ricorso del lavoratore viene rigettato con condanna alle spese di giudizio.

Avv. Emanuela Foligno

Hai vissuto una situazione simile? Scrivi per una consulenza gratuita a redazione@responsabilecivile.it o invia un sms, anche vocale, al numero WhatsApp 3927945623

Leggi anche:

Mansioni dequalificanti: nessun demansionamento, risarcimento negato

LASCIA UN COMMENTO O RACCONTACI LA TUA STORIA

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui