Il danno risarcibile a causa di prolungata inattività lavorativa non è in re ipsa ma deve essere concretamente provato dal lavoratore

Il danno da demansionamento e da dequalificazione professionale a causa di prolungata inattività lavorativa non è in re ipsa, ma deve essere dimostrato, anche mediante l’allegazione di elementi presuntivi gravi, precisi e concordanti, che consentano di valutare la qualità e la quantità dell’attività lavorativa svolta, il tipo e la natura della professionalità coinvolta, la durata del demansionamento, la diversa e nuova collocazione lavorativa dopo la prospettata dequalificazione.   

Così ha statuito la Suprema Corte (Sez. Lavoro, Sentenza n. 5431 del 25 febbraio 2019).

Un calciatore denuncia di avere subito un grave danno alla propria professionalità a causa dell’inattività a cui era stato costretto dalla Società sportiva datrice di lavoro.

Nei giudizi di merito, il calciatore evidenziava di essere stato calciatore, successivamente allenatore e, infine, responsabile del settore giovanile di una squadra di serie A che gli impediva concretamente di svolgere la propria attività.

L’uomo chiedeva quindi il danno da demansionamento e la vicenda approda in Cassazione.

La Corte di Cassazione precisa che dall’inadempimento datoriale non deriva automaticamente l’esistenza del danno: “una cosa è la violazione degli obblighi datoriali (artt. 2087 e 2103 c.c.), che costituiscono l’inadempimento (artt. 1218 e 1223 c.c.), un’altra è il pregiudizio da questo provocato. Tale distinzione è valevole tanto più se si pensa che da un inadempimento datoriale possono derivare diverse conseguenze lesive per il lavoratore, che possono peraltro coesistere: si pensi ad esempio al danno professionale in senso patrimoniale, al danno biologico, al danno d’immagine o alla vita di relazione, sintetizzati nella locuzione del c.d. danno esistenziale”.

La prova delle conseguenze lesive è a carico del lavoratore.

Il danno da demansionamento o da dequalificazione professionale, ricordano gli Ermellini, deve essere dimostrato mediante precise allegazioni o attraverso elementi presuntivi gravi precisi e concordanti, ai sensi dell’art 2729 c.c.

Spetta al Giudice valutare in concreto la qualità dell’attività svolta dal lavoratore che lamenta il danno subito, il tipo e la natura della professionalità coinvolta, la durata del demansionamento, la diversa e nuova collocazione lavorativa dopo la lamentata dequalificazione.

Dal punto di vista patrimoniale la lesione può consistere sia nell’impoverimento della capacità professionale acquisita con l’esperienza dal lavoratore, sia con la mancata acquisizione di una maggiore capacità, oppure ancora con la perdita di ulteriori possibilità di guadagno.  

Per tali ragioni l’onere della prova, o di allegazione, deve essere specifico e il lavoratore deve indicare quali aspettative sono state disattese a causa della violazione datoriale e quali sono le possibilità di guadagno perdute a causa del demansionamento.

Nel caso esaminato le allegazioni in punto di danno / svantaggio vengono ritenute insufficienti  poichè il lavoratore si è limitato a dedurre come la prolungata inattività conducesse – inevitabilemente – allo svilimento professionale.

La Corte di Cassazione, pur non negando la potenzialità lesiva della forzata inattività, respingono il ricorso.

Avv. Emanuela Foligno

Hai vissuto una situazione simile? Scrivi per una consulenza gratuita a redazione@responsabilecivile.it o invia un sms, anche vocale, al numero WhatsApp 3927945623

Leggi anche:

Mansioni dequalificanti: nessun demansionamento, risarcimento negato

- Annuncio pubblicitario -

LASCIA UN COMMENTO O RACCONTACI LA TUA STORIA

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui