Infortunio sul lavoro mortale: la Corte d’Appello di Roma accoglie la domanda risarcitoria degli eredi del lavoratore defunto (Cassazione civile, sez. VI, sentenza n. 37645 pubblicata il 30/11/2021).

Infortunio sul lavoro mortale viene risarcito jure proprio e jure hereditatis  agli eredi. La Corte territoriale, a seguito di rinnovo della CTU, ha rilevato che il decesso era stato determinato da un colpo di calore sopraggiunto durante l’espletamento dell’attività di operaio manovale edile, situazione che aveva agito, quale concausa, insieme ad un fenomeno broncopneumonico primitivo intervenuto durante la degenza ospedaliera.

Alla Società datrice viene accollata la responsabilità dell’infortunio sul lavoro mortale poiché, in una giornata connotata da clima particolarmente caldo, non aveva adottato alcun accorgimento specifico né aveva dotato di informazioni i dipendenti in ordine ai pericoli riconnessi a tale situazione climatica.

A titolo di ristoro del danno jure proprio e jure hereditatis invocato dagli eredi viene liquidato un importo di oltre centomila euro.

Il datore di lavoro ricorre in Cassazione lamentando vizio di attività del CTU e per travisamento dell’unica prova istruttoria nonché violazione dell’art. 132 c.p.c., avendo il CTU trascurato di esaminare gli atti e i documenti prodotti con la memoria di costituzione della società.

Il ricorso è inammissibile.

Le censure sono prospettate con modalità non conformi al principio di specificità dei motivi di ricorso per cassazione, e il ricorrente non offre indicazioni specifiche sulla vicenda. Inoltre, il ricorrente non ha indicato le concrete modalità di deposito della relazione peritale nel corso del giudizio di secondo grado, l’eventuale assegnazione di un termine per le repliche, l’eventuale integrazione della perizia da parte del CTU, in tal modo impedendo a questa Corte di valutare la regolarità del sub-procedimento previsto dall’art. 195 c.p.c..

Ad ogni modo, le contestazioni ad una relazione di CTU costituiscono eccezioni rispetto al suo contenuto, sicché sono soggette al termine di preclusione di cui all’art. 157 c.p.c., comma 2, dovendo, pertanto, dedursi – a pena di decadenza – nella prima istanza o difesa successiva al suo deposito (Cass. 3.8.2017 n. 19427, Cass. 25.2.2014 n. 4448).

In conclusione, il ricorso viene respinto perché inammissibile, con condanna al pagamento delle spese di lite.

Avv. Emanuela Foligno

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