Pubblicata la decisione della Suprema Corte inerente lo scandalo dei due Chirurghi della Casa di Cura Santa Rita di Milano, ribattezzata dalla cronaca “clinica degli orrori”.

Per la Suprema Corte, in assenza di qualsiasi ragionevole indicazione terapeutica la condotta del Medico è attività di natura dolosa (Cassazione Penale, sez. V, n. 34983 del 9 dicembre 2020). Nell’ottobre 2018 la Corte d’Assise d’Appello di Milano, decidendo in sede di rinvio dopo l’annullamento da parte della Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione (sentenza n. 14776 del 3/4/2018), della precedente sentenza d’appello resa nel processo e datata 21.12.2015, riqualificava nei confronti dei 2 Chirurghi i capi 46-47-48 e 49 dell’imputazione da omicidio volontario in omicidio preterintenzionale. Escludeva, per le medesime contestazioni, la circostanza aggravante di cui all’art. 61 c.p., comma 1, n. 2, e confermava il giudizio della precedente sentenza d’appello quanto alle circostanze attenuanti generiche, riconosciute nei confronti di uno dei due Medici (l’aiuto primario della chirurgia toracica) sin dal primo grado e sempre negate nei confronti dell’altro (primario della chirurgia toracica).

I due Medici venivano accusati di avere realizzato una serie di interventi privi di finalità terapeutiche, peraltro caratterizzati dall’elevato rischio di morte per i pazienti, già affetti da gravi patologie, e senza un valido consenso da parte degli stessi.

I Chirurghi venivano condannati dai Giudici di merito in primo grado e nella prima sentenza d’Appello per omicidio volontario essendo sussistente il nesso di causalità tra le condotte chirurgiche e i decessi e l’elemento psicologico del dolo eventuale.

Osservano gli Ermellini che a seguito delle più recenti riforme legislative in materia di colpa medica – viene fatto riferimento alla Legge Gelli-Bianco-, tale colpa, anche in relazione all’omicidio derivato da un atteggiamento colposo nell’esercizio della professione medica,  circoscrive l’ambito della sua applicabilità come coefficiente psicologico di attribuzione della responsabilità al ventaglio di condotte mediche, anzitutto chirurgiche, ispirate e motivate da una finalità terapeutica e funzionali alla cura del paziente.

Ne deriva che solo nel caso in cui l’attività medico-chirurgica sia sorretta da una ragionevole indicazione terapeutica, o tale indicazione sia ritenuta in buona fede dall’agente comunque sussistente, con valutazione ex ante, la relativa attività deve considerarsi lecita e sindacabile sotto l’esclusivo profilo della colpa, in ipotesi di errore operatorio ascrivibile a negligenza, imprudenza o imperizia.

Qualora, invece, l’intervento operatorio sia posto in essere in assenza di qualsiasi ragionevole indicazione terapeutica, con condotta consapevolmente estranea o distorta rispetto alle finalità diagnostiche o di cura, la condotta del Medico si traduce in una attività di natura dolosa.

Conseguentemente, risponde di omicidio preterintenzionale il Medico che sottopone il paziente a un intervento, dal quale ne sia derivata la morte, in assenza di finalità terapeutiche, ovvero per fini estranei alla tutela della salute del paziente, ad esempio provocando coscientemente una inutile mutilazione, o agendo per scopi estranei (scientifici, dimostrativi, estetici o didattici), non accettati dal paziente.

Viceversa, non ne risponde il Medico che sottopone il paziente ad un trattamento non consentito ed in violazione delle regole dell’arte medica, quando nella sua condotta sia rinvenibile una finalità terapeutica, o comunque la terapia sia inquadrabile nella categoria degli atti medici. In tali casi, difatti, la condotta non è diretta a ledere, e se sopravviene la morte del paziente il Medico ne risponderà a titolo di omicidio colposo, ove l’evento sia riconducibile alla violazione di una regola cautelare.

In tal senso, già una risalente decisione della Suprema Corte (Cass. pen., Sez. IV, 26 maggio 2010, n. 34521).

Il Collegio specifica che solo l’intervento chirurgico non finalizzato da uno scopo terapeutico, anche di natura palliativa, cessa di essere un atto medico che trova la sua legittimazione nell’art. 32 Cost., e non si differenzia dalla condotta di qualunque altro soggetto che leda volontariamente l’integrità fisica altrui.

Nello specifico il Primario e l’Aiuto hanno svolto innumerevoli e inutili interventi chirurgici finalizzati esclusivamente a incrementare il rimborso da parte del Servizio Sanitario Nazionale in favore della Casa di Cura privata milanese.

Viene ulteriormente precisato nella interessante decisione a commento che, in ipotesi di intervento chirurgico con esito infausto, il consenso del paziente che, se espresso volontariamente e nei limiti di cui all’art. 5 c.c., preclude la possibilità di configurare il delitto di lesioni volontarie, assumendo efficacia scriminante, non è necessario, perché l’intervento medico-chirurgico sia penalmente lecito, in presenza di ragioni di urgenza terapeutica o nelle ipotesi previste dalla legge.

Al contrario, in presenza di una manifestazione di volontà esplicitamente contraria all’intervento terapeutico, l’atto, dichiarato “terapeutico”, costituisce una indebita violazione non solo della libertà di autodeterminazione del paziente, ma anche della sua integrità.

Avv. Emanuela Foligno

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