Il CTU di seconde cure aveva ritenuto di assegnare alla limitazione funzionale del gomito non il valore tabellato del 24%, bensì il valore dell’8%

Con l’ordinanza n. 23896/2021 la Cassazione si è pronunciata sul ricorso di un lavoratore che, in sede di merito, si era visto liquidare in misura pari al 12% la percentuale di danno (limitazione funzionale del gomito) derivante da un infortunio sul lavoro.

Nel rivolgersi alla Suprema Corte, il ricorrente denunciava la violazione e falsa applicazione dell’art. 13, d.lgs. n. 38/2000, e del d.m. 12.7.2000, recante approvazione delle tabelle per la determinazione del danno biologico, per avere il CTU di seconde cure determinato nell’8% il danno relativo all’anchilosi al gomito in posizione sfavorevole, nonostante che la voce n. 231 delle tabelle cit. lo quantificasse in misura pari al 24%.

I Giudici Ermellini hanno effettivamente ritenuto di aderire alla doglianza proposta ricordando il principio in base al quale “nel regime di liquidazione del danno da infortunio successivo all’entrata in vigore dell’art. 13, d.lgs. n. 38/2000, il d.m. 12.7.2000, recante approvazione delle tabelle delle menomazioni, di indennizzo del danno biologico e dei coefficienti, ha natura di norma regolamentare con rilevanza esterna, la cui violazione è denunciabile in cassazione ai sensi dell’art. 360, comma 1°, n. 3, c.p.c”; in tale decreto la percentuale di danno conseguente a ciascuna infermità è indicata, a seconda dei casi, con un valore unico ovvero in un intervallo di valori o ancora con locuzioni “superiore a” ovvero “fino a”; in particolare, con riguardo all’anchilosi delle articolazioni, le tabelle cit. distinguono in relazione al fatto che si tratti di “anchilosi completa dell’articolazione scapolo-omerale con arto in posizione favorevole” (codice 223, con danno del 25%) oppure di “anchilosi del gomito in posizione sfavorevole” (codice 231, con danno del 24%).

Nel caso in esame, il CTU di seconde cure, pur riferendo che il ricorrente pativa di una “limitazione funzionale interessante il gomito destro, ove si apprezza la riduzione di circa 1/3 di tutti i movimenti” e pur reputando di quantificare il danno residuo “in analogia alla voce ‘anchilosi del gomito in posizione sfavorevole'”», aveva ritenuto di assegnare alla limitazione funzionale non già il valore tabellato del 24%, bensì il valore dell’8%, “tenuto conto del fatto che la voce di riferimento prevede una completa anchilosi (ossia l’abolizione di tutti i movimenti), mentre nel caso specifico si rileva la riduzione di circa 1/3 […] di tutti i movimenti globali del gomito”.

Facendo proprie tali risultanze, i giudici di merito avevano violato il decreto ministeriale 12.7.2000, cit., non essendo possibile, in carenza di un’espressa indicazione tabellare (come ad es. quella della voce n. 223, cit.), attribuire rilievo, ai fini della quantificazione del danno, alla circostanza che l’anchilosi del gomito in posizione sfavorevole non sia ‘completa’, atteso che ciò equivarrebbe a contravvenire al principio ubi lex voluit dixit, ubi noluit tacuit, che è canone ermeneutico rilevante nell’interpretazione della volontà di legge.

Diversamente da quanto prospettato dall’Istituto controricorrente, la Cassazione ha sottolineato come dovesse ritenersi che “l’adeguamento della stima percentuale del danno alla realtà del caso clinico in tanto sia possibile in quanto le tabelle espressamente lo consentano, individuando la percentuale in relazione ad un intervallo di valori o facendo uso di locuzioni similari che lascino all’interprete un margine di discrezionalità valutativa, non anche quando esse la determinino in un valore unico e senza circostanziarla con perifrasi o aggettivi (quali ad es. “fino a” o “superiore a” o “completa”) che tale valutazione rendano possibile”.

La redazione giuridica

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