Accolto il ricorso di un uomo accusato di minaccia a pubblico ufficiale per le frequenti richieste di aiuti economici e gli atteggiamenti aggressivi rivolti nei confronti del primo cittadino

Con la sentenza n. 13153/2020 la Suprema Corte di Cassazione si è pronunciata sul ricorso presentato da un uomo, prima assolto e poi condannato in appello per il reato di continuato di minaccia a pubblico ufficiale.

In base alla ricostruzione storico-fattuale della vicenda effettuata dal Collegio distrettuale, l’imputato, che viveva in stato di indigenza, aveva ottenuto dal Comune aiuti economici, che tuttavia non aveva ritenuto sufficienti. L’uomo, inoltre, aveva assunto nel tempo atteggiamenti sempre più invadenti e grazie alle condotte intimidatorie, minacciose ed ingiuriose aveva conseguito aiuti economici in misura superiore al dovuto (nel 2014 Euro 1500,00 a fronte del tetto massimo fissato in Euro 400,00) oltre a borse lavoro, cantieri lavoro, assegni civici e al pagamento di bollette di varie utenze. Infine, aveva tenuto comportamenti minacciosi nei confronti del Sindaco e di altri pubblici ufficiali sia dentro che fuori gli uffici comunali, tanto da fermare il primo cittadino per strada, minacciandolo quando costui gli aveva fatto presente che aveva già ricevuto più di quanto gli spettava.

Per la Corte territoriale, dunque, la condotta dell’imputato integrava il reato contestato posto che, anche a seguito della parziale rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale, era emerso che la sua assidua e petulante presenza presso gli uffici comunali, le sue frequenti richieste di aiuti economici e gli atteggiamenti aggressivi rivolti nei confronti del Sindaco avessero determinato nella persona offesa uno stato di timore che lo aveva indotto, di concerto con gli organi comunali a ciò preposti, non solo alla concessione di contributi non dovuti, ma anche ad una specifica rimodulazione delle modalità di erogazione dei contributi. Il tutto fornendogli vantaggi rispetto a persone versanti nelle medesime situazioni  di difficoltà economica.

Nel ricorrere per cassazione l’imputato deduceva violazione di legge e vizio di motivazione quanto alla sussistenza del reato di cui all’art. 336 del codice penale.

A suo giudizio, la condotta posta in essere non aveva determinato l’evento lesivo necessario ai fini della configurabilità del reato de quo; la violenza o minaccia posta in essere non avrebbero in alcun modo inciso sulla determinazione volitiva del Sindaco, che non gli aveva mai consegnato somme di denaro non dovute in violazione di leggi o regolamenti. Sotto diverso profilo, sempre secondo il ricorrente, la Corte non aveva tenuto nella giusta considerazione la natura dei comportamenti tenuti nei confronti del Sindaco, trattandosi di semplici alterchi, con riguardo ai quali i giudici di appello avevano erroneamente e contraddittoriamente valutato le prove testimoniali.

La Cassazione, ha effettivamente ritenuto di aderire alle doglianze proposte, annullando la sentenza impugnata con rinvio al Giudice d’appello per un nuovo esame del caso.

Per i Giudici Ermellini la Corte d’appello, nel riformare la decisione assolutoria di primo grado – secondo cui la condotta tenuta dal ricorrente appariva “espressione di volgarità ingiuriosa e di atteggiamento parolaio genericamente minaccioso” non finalizzata ad incidere sull’attività “conclusasi con l’erogazione di somme uguali per coloro i quali erano nelle stesse condizioni disagiate” – aveva concluso, anche alla stregua degli elementi fattuali raccolti nel corso dell’integrazione istruttoria, nel senso della colpevolezza dell’imputato.

Tale decisione, tuttavia, non era coerente con i criteri ermeneutici fissati nella giurisprudenza di legittimità in materia.

In particolare – chiariscono dal Palazzaccio – non integra il delitto di cui all’art. 336 del codice penale la reazione genericamente minatoria del privato, mera espressione di sentimenti ostili non accompagnati dalla specifica prospettazione di un danno ingiusto, che sia sufficientemente concreta da risultare idonea a turbare il pubblico ufficiale nell’assolvimento dei suoi compiti istituzionali.

Affinché sia ravvisabile una minaccia idonea a rendere configurabile il reato di cui violenza e minaccia a pubblico ufficiale, occorre quindi che la condotta posta in essere dall’agente sia dotata di effettiva potenzialità a coartare la volontà del pubblico ufficiale nell’assolvimento dei doveri d’ufficio, tale non potendo dirsi un atteggiamento del privato che genericamente esprima sentimenti ostili non accompagnati da specifiche prospettazioni di un danno ingiusto di una qualche concretezza idonee a turbare il pubblico ufficiale nell’assolvimento dei compiti istituzionali, non essendo neppure univocamente dimostrata l’esistenza dell’atto contrario ai doveri di ufficio.

Nel caso in esame, la continua ed insistente presenza per richiedere elargizioni legate allo stato di indigenza pareva piuttosto risolversi in una generica condotta invasiva e petulante, nella quale potrebbe configurarsi il meno grave reato di molestie, per il quale è sufficiente “un atteggiamento di arrogante invadenza e di intromissione continua e inopportuna nella altrui sfera di libertà, con la conseguenza che la pluralità di azioni di disturbo integra l’elemento materiale costitutivo del reato”.

La redazione giuridica

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