Notificati sette avvisi di garanzia per il decesso di una 32enne che morì con i gemellini che portava in grembo nel 2016 a Catania
Morì con i gemellini che portava in grembo da cinque mesi, nell’ottobre del 2016. La Procura di Catania, nelle scorse ore, ha chiuso le indagini su quella terribile tragedia, notificando sette avvisi di garanzia.
I destinatari sono altrettanti medici all’epoca in servizio presso l’Ospedale Cannizzaro del capoluogo di provincia siciliano. Più specificamente si tratterebbe del primario del Reparto di Ginecologia, di cinque dirigenti medici e di un anestesista. L’ipotesi di reato a loro carico è di concorso in omicidio colposo.
La gestante, 32 anni, era stata ricoverata a fine settembre del 2016 nel reparto di ginecologia del nosocomio siciliano per una presunta dilatazione anticipata dell’utero. Secondo quanto ricostruito il 14 ottobre si sarebbe verificato il primo aborto spontaneo; a poche ore di distanza ci fu il secondo parto abortivo, seguito nel pomeriggio dal decesso della mamma. La donna, secondo quanto riferito dai medici, sarebbe rimasta vittima di una “sepsi con crisi emorragica”.
Nella gestione della vicenda, tuttavia, la magistratura ipotizza una serie di omissioni da parte del personale sanitario.
Secondo quanto riportato nell’avviso di conclusione delle indagini depositato in cancelleria ci sarebbe stata una “mancata instaurazione di antibioticoterapia”. Tra le ipotesi accusatorie, inoltre, figura “il mancato riconoscimento della sepsi e la mancata raccolta di campioni per gli esami microbiologici per tentare di diminuire l’infezione”. Un altro aspetto da chiarire sarebbe poi quello legato alla presunta “mancata rimozione di feti e placenta” e alla “mancata somministrazione di globuli rossi”.
La vicenda, inoltre, aveva catturato l’attenzione dell’opinione pubblica per un ulteriore elemento. La famiglia, nell’esposto presentato ai carabinieri, aveva riportato la presunta frase pronunciata da un medico il quale avrebbe affermato di essere un obiettore; il professionista si sarebbe quindi tirato indietro dall’intervenire finché i feti fossero stati ancora in vita. La successiva indagine ministeriale, tuttavia, aveva sottolineato come il tragico evento fosse iniziato spontaneamente e il suo epilogo non fosse in alcun modo correlabile all’obiezione di coscienza.
I familiari, inoltre, hanno denunciato che durante la sua permanenza in Ospedale, la 32enne sarebbe stata lasciata a lungo da sola; non sarebbe stata sottoposta nelle settimane prima ad alcun accertamento. Presunte mancanze, queste, che secondo il legale di famiglia avrebbero contribuito ad aggravare il quadro clinico e che potrebbero costare ai camici bianchi il rinvio a giudizio.
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