I camici bianchi sino accusati di concorso in omicidio colposo plurimo per il decesso di un 32enne morta dopo una interruzione di gravidanza. La vittima portava in grembo due gemellini

Sono stati rinviati a giudizio i sette medici indagati a Catania per il decesso della 32enne morta dopo una interruzione di gravidanza nell’ottobre del 2016. La ragazza era ricorsa alla fecondazione assistita ed era in dolce attesa di due gemellini. A causa di una presunta dilatazione anticipata dell’utero, tuttavia, la gestante era stata ricoverata all’Ospedale Cannizzaro e alla 19esima settimana di gravidanza aveva perso i due piccoli. Poche ore dopo il secondo parto abortivo era deceduta a causa, secondo quanto riferito dai medici, di una sepsi dovuta a crisi emorragica.

La vicenda aveva suscitato clamore in quanto la famiglia, nell’esposto presentato ai carabinieri, aveva riportato una frase pronunciata da un medico il quale avrebbe affermato di essere un obiettore di coscienza. Una successiva indagine ministeriale, tuttavia, aveva evidenziato come il tragico evento fosse iniziato spontaneamente e non fosse in alcun modo correlabile all’obiezione di coscienza. L’inchiesta, peraltro, non fa riferimento a tale aspetto.

Le indagini della Procura hanno condotto, tuttavia, ad ipotizzare profili di responsabilità medica per gli indagati, accusati di concorso in omicidio colposo plurimo.

Si tratta, nello specifico, di cinque medici “in servizio nel reparto e in sala parto, avvicendatisi nei turni di guardia”. A loro si aggiungono un anestesista, intervenuto anch’egli in sala parto, e il primario del Reparto di Ginecologia e Ostetricia. Quest’ultimo imputato perché “in posizione di garanzia e con obblighi di controllo e vigilanza”.

Secondo l’accusa i camici bianchi “in concorso e cooperazione tra loro cagionavano con colpa il decesso della gestante”. La Procura contesta ai professionisti di avere agito con imprudenza, negligenza ed imperizia. In particolare, come riporta il Messaggero, nella “mancata attuazione di una terapia antibiotica adeguata” e nel “mancato tempestivo riconoscimento della sepsi in atto”. E ancora, nella “mancata raccolta di campioni per esami microbiologici” e nella “mancata tempestiva rimozione della fonte dell’infezione”, ovvero i feti e le placente. Infine, nella “mancata somministrazione di emazie durante l’intervento”.

Tutti questi eventi, secondo gli inquirenti, avrebbero “determinato il trasmodare della sepsi in shock settico irreversibile”. Ne sarebbe conseguita una “insufficienza multiorgano e coagulazione intravascolare disseminata” che avrebbe causato il decesso della paziente. Il caso passa quindi all’esame del Tribunale. La prima udienza è fissata per febbraio 2019.

 

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