Confermata la condanna a sei mesi di reclusione per l’imprenditore che ha omesso il versamento dell’Iva: nessun rilievo al fatto che il debito tributario fosse stato parzialmente saldato mediante pagamento rateale

Il reato di omesso versamento dell’Iva

La Corte d’Appello dell’Aquila aveva confermato la sentenza del giudice di primo grado con la quale l’imputato era stato condannato, all’esito del giudizio abbreviato, alla pena sospesa di sei mesi di reclusione, in relazione al reato di cui all’art. 10-ter d.lgs. n. 74/2000, per avere quale legale rappresentante di una S.r.l. omesso il versamento Iva dovuto sulla base della dichiarazione per il periodo di imposta 2013, per l’ammontare di circa 650.000 euro.

Contro tale sentenza si era scagliata la difesa dell’imputato che aveva proposto ricorso per cassazione per contraddittorietà della motivazione sulla dosimetria della pena e sulle ragioni per le quali la corte territoriale non aveva inteso procedere alla sua rideterminazione, tenuto conto che l’importo evaso era stato ridotto significativamente per effetto del pagamento rateale, per complessivi 313.281,12 euro, sicché il debito tributario residuo sarebbe ammontato a 94.000 euro, dedotta la somma di 250.000 euro pari alla soglia di punibilità. Pertanto, la pena base di un anno di reclusione sarebbe stata determinata in violazione dell’art. 133 c.p.

Sotto il profilo sanzionatorio la corte territoriale aveva ritenuto che non vi fossero ragioni per una mitigazione del trattamento sanzionatorio ed aveva confermato la pena inflitta in primo grado, con il riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche.

In particolare, la corte d’appello aveva condiviso il giudizio espresso dal giudice di primo grado, il quale aveva a sua volta, valorizzato l’oggettiva entità dell’importo Iva non versato che era ben al di sopra della soglia di punibilità anche tenuto conto della misura residua a seguito del pagamento rateale.

Ebbene, la Corte di Cassazione (Terza Sezione Penale, sentenza n. 13327/2020) ha confermato siffatta interpretazione. Ad avviso del Supremo Collegio, i giudici dell’appello avevano offerto una motivazione logica e per nulla contraddittoria, laddove avevano ritenuto che il debito tributario fosse elevato e che avesse inciso sulla gravità del reato commesso: per tali ragioni avevano condivisibilmente ritenuto congrua la pena inflitta in primo grado, pena che era stata determinata in misura di poco inferiore alla mediana.

In linea generale, si è detto che la determinazione della pena tra il minimo e il massimo edittale rientra tra i poteri discrezionali del giudice di merito ed è insindacabile nei casi in cui il giudicante si sia limitato a richiamare criteri di adeguatezza, di equità e simili, nei quali sono impliciti gli elementi di cui all’art. 133 c.p.

Il trattamento sanzionatorio

Quanto al profilo della motivazione in relazione allo scostamento dal minimo edittale, la giurisprudenza ha affermato che, nel caso in cui sia irrogata una pena nella misura media (nel caso in esame di poco inferiore a quella) l’obbligo della motivazione deve ritenersi assolto allorché risulti che il giudice abbia tenuto conto, intuitivamente e globalmente, di tutti gli elementi previsti dall’art. 133 c.p., principio che deve essere riaffermato nel caso in cui, come quello in esame, la misura della pena irrogata sia stata esplicitamente applicata in misura di poco inferiore alla media edittale e il giudice abbia fatto riferimento alla gravità dell’omissione, e dunque alla gravità del reato anche alla luce del disvalore complessivo del fatto.

Né può ritenersi che il giudice dell’impugnazione debba rivalutare in via automatica il trattamento sanzionatorio per effetto della nuova soglia di punibilità elevata a 250.000 euro dal d.lgs. n. 158/2015. Dalla necessità di rideterminazione del trattamento sanzionatorio non discende, infatti, in via automatica la rideterminazione in melius dello stesso, tanto più come nel caso in esame nel quale il debito era di rilevante importo in presenza di una motivazione che non risultava né manifestamente illogica né contraddittoria, dovendo il sindacato della Corte di legittimità essere compiuto con riguardo al profilo della congruità del trattamento sanzionatorio.

La decisione

In altre parole, la Cassazione non ha condiviso l’assunto difensivo secondo cui l’elevazione della soglia di punibilità, che incide sul disvalore del fatto e sulla sua gravità, comporterebbe sempre la rivalutazione del trattamento sanzionatorio, dovendo pur sempre misurarsi la censura con la congruità della motivazione nel caso concreto, alla luce dell’entità della omissione, ben superiore alla soglia di punibilità anche tenuto conto della nuova soglia di punibilità e dei pagamenti rateali.

Il debito tributario era rimasto infatti, nella sua integrità; ciò che era mutata era la rilevanza penale del fatto che il legislatore ha inteso ritagliare alle sole omissioni eccedenti i 250.000 euro e il giudice dell’impugnazione, a fronte della mutata rilevanza penale dell’omissione, aveva correttamente confermato il trattamento sanzionatorio facendo riferimento alla congruità dello stesso, applicato nella misura media, tenuto conto del range edittale vigente all’epoca della commissione del fatto, e tenuto conto dell’importo non comunque minimo anche alla luce della nuova soglia di punibilità e dunque della gravità del fatto stesso. Per queste ragioni il ricorso è stato dichiarato inammissibile.

Avv. Sabrina Caporale

Leggi anche:

REATI TRIBUTARI: LEGITTIMO SOTTOPORRE A SEQUESTRO LA PRIMA CASA DELL’INDAGATO

LASCIA UN COMMENTO O RACCONTACI LA TUA STORIA

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui