La Cassazione ha respinto la richiesta di annullamento della pena statuita, tramite patteggiamento, nei confronti di un uomo accusato di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti

Il Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Napoli Nord ha applicato a un imputato, su sua richiesta di patteggiamento ai sensi dell’art. 444 cod. proc. Pen, la pena di otto mesi di reclusione, in relazione al reato di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, disciplinato  dall’art. 2 d.lgs. 74/2000.

Il Giudice ha considerato quale base di computo la pena di due anni di reclusione, ridotta per effetto del riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche a un anno e quattro di mesi di reclusione, ridotta alla pena finale di otto mesi di reclusione per la diminuente del rito.

Avverso tale sentenza il Procuratore della Repubblica ha proposto ricorso per cassazione, lamentando la violazione dell’art. 444 del codice di procedura penale per l’applicazione di una diminuzione di pena superiore a quella di un terzo consentita dalla stessa normativa.

La pena di un anno e quattro mesi di reclusione, risultante a seguito della applicazione delle circostanze attenuanti generiche, è infatti stata ridotta della metà anziché di un terzo, essendo stata determinata la pena finale in otto mesi di reclusione. Da qui la richiesta di annullamento senza rinvio della sentenza impugnata per illegalità della pena determinata dal Tribunale.

La Suprema Corte, tuttavia, con la sentenza n. 35200/2019 ha ritenuto il ricorso inammissibile.

In base alla giurisprudenza di legittimità, “l’illegalità della pena applicata all’esito del ‘patteggiamento’ rende invalido l’accordo concluso dalle parti e ratificato dal giudice, con conseguente annullamento senza rinvio della sentenza che l’ha recepito, così reintegrando le parti nella facoltà di rinegoziare l’accordo stesso su basi corrette”. Si tratta però – sottolineano i Giudici del Palazzaccio –   dei casi in cui “la pena era stata determinata contra legem, ad esempio per avere applicato una pena in misura inferiore al minimo assoluto previsto dall’art. 23 cod. pen.” ovvero “indicato come pena-base una pena inferiore a quella prevista come minimo edittale per il reato unito con il vincolo della continuazione”.

In questo contesto, la giurisprudenza di legittimità ha ricondotto, ai fini che qui rilevano, alla nozione di pena illegale quella irrogata da una sentenza che recepisca un accordo tra le parti relativamente a un reato continuato per il quale la pena-base risulti quantificata, a seguito di una errata individuazione del reato più grave, in misura inferiore al relativo minimo edittale.

E’ stato anche chiarito che la valutazione di congruità della pena concordata dalle parti debba essere compiuta dal giudice in relazione alla pena finale, cioè con riferimento al risultato finale dell’accordo, indipendentemente dai singoli passaggi interni di computo, in quanto è unicamente il risultato finale che assume valenza quale espressione ultima e definitiva dell’incontro delle volontà delle parti, tanto che è stata affermata l’irrilevanza degli eventuali errori di calcolo commessi nel determinare la sanzione concordata ed applicata dal giudice, purché il risultato finale non si traduca in una pena illegale, da intendere nel senso anzidetto.

Nel caso in esame la pena finale di otto mesi di reclusione applicata all’imputato, conformemente alla sua richiesta, alla quale aveva consentito il pubblico ministero, non è inferiore al minimo assoluto previsto dall’art. 23 cod. pen., né la pena considerata quale base di computo, e cioè quella di due anni di reclusione, è inferiore a quella prevista come minimo edittale per il reato di cui all’art. 2 d.lgs. 74/2000 contestato all’imputato (pari a un anno e sei mesi di reclusione).

Pertanto, non si versa in una delle ipotesi di pena illegale individuate dalla giurisprudenza di legittimità, alla configurazione delle quali non concorrono gli eventuali errori di calcolo compiuti per la determinazione della pena finale, con la conseguente inammissibilità del ricorso.

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