La riforma dell’art. 2059  c.c.

Numerose appaiono oggi le questioni che – in materia di risarcimento del danno alla persona – rimangono in attesa di una soluzione condivisa, essendo tutt’ora in corso l’annoso dibattito sviluppatosi in ordine all’interpretazione da fornire alle disposizioni che governano il ristoro del danno non patrimoniale.  Ampi risultano, in effetti, i margini di indeterminatezza e di ambiguità a tale riguardo, considerato che l’intervento delle Sezioni Unite del novembre 2008 non è riuscito a imporre, alle regole applicabili in questo campo, un assetto definitivo. Nell’intento di delineare un modello risarcitorio univoco, è stata presentata – qualche tempo fa – una proposta di legge, intitolata “Disposizioni concernenti la determinazione e il risarcimento del danno non patrimoniale”, attualmente in discussione alla Camera (C. 1063. Bonafede): progetto che si propone l’impegnativo compito di riformare l’art. 2059 c.c.

L’ambizioso obiettivo perseguito tramite tale progetto di novellazione è quello di sostituire alla sintetica disposizione attualmente prevista da quella norma –  secondo cui “il danno non patrimoniale deve essere risarcito solo nei casi previsti dalla legge” – una serie più articolata di precetti, volti a rispondere ai quesiti fondamentali che si pongono in questa materia e che riguardano a) la definizione del danno non patrimoniale; b) l’individuazione della relativa regola risarcitoria; c) le indicazioni da applicare per pervenire alla liquidazione di tale categoria di pregiudizi. Si vuole, così, fornire un chiarimento definitivo relativamente a una materia alquanto controversa, in un’ottica mirante a suggellare a livello normativo i traguardi raggiunti dalla giurisprudenza nel progressivo percorso di ampliamento del ristoro del danno non patrimoniale. Il sistema che viene individuato attraverso tale riforma non risulta tuttavia impeccabile, prospettandosi perciò il rischio che l’eventuale approvazione delle nuove regole getti ombre inedite sul funzionamento del sistema.

La regola risarcitoria

Partiamo dal nuovo testo dell’art. 2059 c.c., il quale recita al primo comma: “Il danno non patrimoniale è risarcibile qualora il fatto illecito abbia leso interessi o valori della persona costituzionalmente tutelati”.  Ad essere prevista è una regola selettiva  formulata in maniera diversa rispetto a quella attuale, che si limita ad operare un rinvio ai casi determinati dalla legge.

Il primo interrogativo da sciogliere riguarda la scelta di confermare una più ristretta rilevanza risarcitoria dei danni non patrimoniali rispetto a quelli patrimoniali. La questione da affrontare riguarda la diversità di trattamento tra le due categorie di pregiudizi, la quale deve trovare giustificazione alla luce del principio di cui all’art. 3 Cost. Ora, è ben noto come sia tramontata da tempo – sia a livello giurisprudenziale che normativo – l’idea che tale differenza possa essere fondata sull’attribuzione al ristoro dei danni non patrimoniali di un intento punitivo nei confronti del danneggiante; è necessario, perciò, identificare quale sia la ragione per cui ai pregiudizi che incidono direttamente sulla persona, cui la nostra Carta fondamentale riconosce un’indubbia preminenza rispetto al patrimonio, risulta riconosciuta una rilevanza risarcitoria più limitata rispetto a quella riservata ai pregiudizi economici. Si tratta di un profilo di estrema importanza: il quale – rimasto del tutto trascurato dalle riflessioni dottrinali e giurisprudenziali – non viene affrontato nemmeno all’interno di tale proposta di riforma legislativa, che non spiega quali siano le motivazioni sottostanti alla scelta di un regime selettivo. Solo una volta individuato, a tale proposito, un ragionevole criterio di giustificazione, sarebbe – in effetti –  possibile verificare se lo stesso trovi concreta applicazione attraverso una regola che limita il ristoro ai casi di lesione di interessi o valori costituzionalmente protetti.

Va rilevato, in seconda battuta, come il nuovo testo dell’art. 2059 c.c. non chiarisca in che rapporto si ponga tale regola rispetto alle disposizioni esplicite (primo fra tutte l’art. 185 cod. pen.) che ricollegano il ristoro del danno non patrimoniale a talune fattispecie di illecito, lesive di interessi che non necessariamente rivestono rilevanza costituzionale. Non appare chiaro se il filtro selettivo previsto dalla nuova norma riguardi anche tale casistica (segnando così un arretramento nella protezione delle vittime). Ove così non fosse, si tratterebbe allora di trovare una giustificazione in ordine alla diversità di trattamento riservata alle vittime di identici danni non patrimoniali (scaturenti dalla lesione di interessi non aventi rilievo costituzionale) al variare della relativa causa generatrice.

Entrando, infine, nel merito della regola tracciata, essa appare sostanzialmente indeterminata, visto che la definizione dell’elenco degli interessi costituzionalmente rilevanti non risulta affatto scontata, considerato che le posizioni degli interpreti oscillano in un intervallo assai ampio, tra estremi di carattere fortemente restrittivo e indicazioni assai ampie: propense, talora, a sancire che entro tale novero ricadrebbero pure interessi di carattere patrimoniale, quali il diritto di proprietà e la libertà di iniziativa economica.

La nozione di danno non patrimoniale

Nel nuovo testo dell’art. 2059, il secondo comma stabilisce che “il risarcimento del danno non patrimoniale ha ad oggetto sia la sofferenza morale interiore sia l’alterazione dei precedenti aspetti dinamico-relazionali della vita del soggetto leso”. Emergono, in questa definizione, entrambe le voci descrittive attraverso cui si concretizza il pregiudizio di carattere non economico,  coinvolgenti – da un lato – la dimensione emozionale interna e – dall’altro lato – la sfera esistenziale dell’individuo. Su questo secondo versante, la norma parla di “alterazione dei precedenti aspetti dinamico-relazionali”, scegliendo però una formula sorpassata: la quale rimanda alla vecchia idea di danno alla vita di relazione e trascura la considerazione di quelle espressioni dell’individuo nel mondo esterno le quali non prevedono una relazione con gli altri (riposo, studio, meditazione, ecc.). Bisogna, inoltre, evidenziare che il richiamo di attività “precedenti” introduce un’ulteriore limitazione, impedendo di considerare quelle espressioni future cui l’individuo legittimamente può aspirare quali modi di realizzazione della propria personalità (come accadrebbe nel caso di una giovanissima vittima di pedofilia, che vedesse definitivamente compromessa la propria attività sessuale futura a causa del trauma subito).

La liquidazione del danno non patrimoniale

La liquidazione del danno non patrimoniale è disciplinata, secondo quanto prevede la riforma, dagli artt. 2059 bis e 2059 ter, riferendosi le due norme rispettivamente ai pregiudizi derivanti da lesione alla salute e a quelli conseguenti alla violazione di altri diritti.

Nel settore della lesione alla salute, la liquidazione dovrebbe essere regolata, oltre che dalla disposizione inserita nel Codice civile, anche da una nuova norma, da inserire in seno alle relative disposizioni di attuazione. Nessuna delle due norme, però, identifica i criteri da applicare a tale riguardo, in quanto ci si limita a confermare in via normativa l’adozione del sistema delle tabelle del Tribunale di Milano, senza nulla specificare sul metodo attraverso il quale le stesse risultano costruite. L’art. 2059 bis, dal canto suo, evidenzia che nella categoria del danno alla salute vengono a confluire le distinte componenti del danno biologico e del danno morale, prevedendo che la sofferenza morale – ove allegata e provata – debba venir calcolata in termini percentuali rispetto al valore attribuito al danno biologico. Si evidenzia, perciò, una contraddizione con quanto previsto a livello tabellare, visto che i valori del punto delle tabelle di Milano risultano già comprensivi del valore medio relativo alla sofferenza morale.

Con riguardo ai danni non patrimoniali discendenti dalla lesione di diritti costituzionalmente protetti diversi dalla salute, l’art. 2059 ter rinvia ai criteri previsti dalla legge, in assenza dei quali la quantificazione deve aver luogo mediante valutazione equitativa del giudice. Una tabellazione di carattere normativo viene prevista esclusivamente per quanto riguarda il danno non patrimoniale da perdita del rapporto parentale, per il quale la proposta di riforma prevede l’adozione delle tabelle del tribunale di Milano. Le stesse non vengono, però, inserite a livello normativo tramite la stessa tecnica adottata per il danno non patrimoniale alla salute (attraverso una norma da introdurre in seno alle disposizioni di attuazione del Codice civile); ad essere adottata è una disposizione a sé stante, inspiegabilmente destinata a rimanere avulsa dal contesto codicistico. La regola proposta risulta, peraltro, introdurre una limitazione rispetto allo stato attuale dell’arte, alla luce del quale il danno non patrimoniale dei congiunti viene risarcito non soltanto in caso di perdita del rapporto parentale, ma anche nell’ipotesi di lesione dello stesso derivante dalle condizioni fortemente menomate del congiunto sopravvissuto.

Il danno da morte

La riforma prevede infine – all’interno delle nuove disposizioni inserite nelle norme di attuazione – una quantificazione per quanto riguarda il danno da morte: il quale viene determinato attraverso un calcolo di carattere percentuale, pari all’80%, del danno non patrimoniale derivante da lesione alla salute. Poiché si viene in tal modo a rovesciare l’orientamento giurisprudenziale maggioritario, propenso a escludere la risarcibilità della perdita della vita, una scelta del genere richiederebbe di essere sugellata da una norma esplicita. Si tratterebbe, altresì, di chiarire in che termini si dispieghi il pregiudizio da risarcire, considerato che la disposizione dettata in materia di di quantificazione opera un’impropria commistione tra danno da perdita della vita, destinato a verificarsi in ogni caso di illecito mortale, e danno da agonia, correlato invece ai pregiudizi sofferti nell’eventuale intervallo di sopravvivenza tra lesione e morte.

Patrizia Ziviz

(Prof. Ass. di Dir. Privato Univ. Trieste)

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