Sfregio al volto e ustioni al lavoratore infortunato. (Cassazione penale, sez. IV, sentenza n. 4161 depositata il 7 febbraio 2022).

Sfregio al volto e ustioni del lavoratore. La Corte di Appello di Brescia ha confermato la condanna del Responsabile dei servizi di protezione, del legale rappresentante della società datrice e del titolare della patente dell’impianto a vapore alla pena di anni 1 di reclusione ed al risarcimento del danno nei confronti della parte civile costituita Inail, definitivamente liquidato in Euro 115.953,53.

Sfregio al volto e ustioni del lavoratore. Agli imputati veniva contestato il reato di cui all’art. 590 c.p., per avere concorso a cagionare, lesioni gravissime al dipendente consistenti in sfregio al volto e ustioni di 2 grado diffuse – con colpa consistita nella violazione del R.D. maggio 1927, n. 824, art. 27 e D.Lgs. 19 settembre 1994, n. 626, art. 4, comma 5, lett. e) e art. 35, comma 5, lett. a), e nella imperizia, imprudenza e negligenza, atteso che la vittima veniva addetta all’uso di una caldaia, pur essendo priva del relativo certificato di abilitazione, e, in base alle istruzioni ricevute poneva in essere una operazione pericolosa, non inserita nel documento di valutazione dei rischi, e, cioè riscaldava, con un cannello a gas con fiamma libera, le tubazioni contenti l’olio, da cui si verificava, a causa del parziale svitamento di una giunzione filettata posta sul riscaldatore, una perdita, che innescava l’accensione.

Gli imputati ricorrono in Cassazione, lamentando, in sintesi, errata valutazione delle prove e comportamento imprudente del lavoratore.

I motivi sono inammissibili.

Viene censurato che la prova della colpevolezza sia stata fondata esclusivamente sulle dichiarazioni rese dalla persona offesa, senza un’attenta verifica della credibilità soggettiva del dichiarante e dell’attendibilità estrinseca delle sue affermazioni.

Ebbene, in tema di valutazione della prova testimoniale, l’attendibilità della persona offesa dal reato è questione di fatto, non censurabile in sede di legittimità, salvo che la motivazione della sentenza impugnata sia affetta da manifeste contraddizioni, o abbia fatto ricorso a mere congetture, consistenti in ipotesi non fondate sull’id quod plerumque accidit, ed insuscettibili di verifica empirica, od anche ad una pretesa regola generale che risulti priva di una pur minima plausibilità.

La Corte d’Appello ha correttamente osservato che l’esecuzione dell’operazione, da parte della vittima, dimostra precise conoscenze (non solo su come andasse fatta, ma anche su quando dovesse essere effettuata – più precisamente dopo un consistente periodo di fermo della caldaia ed in periodo invernale e, difatti, il sinistro si è verificato in un lunedì d’inverno, dopo la pausa degli impianti nel fine-settimana), desumendo proprio da ciò la veridicità delle dichiarazioni circa le istruzioni ricevute e l’implausibilità della tesi, sostenuta dagli imputati, del gesto spontaneo ed inconsulto del lavoratore.

Ed ancora, in modo corretto nella sentenza impugnata si è evidenziata la irrilevanza probatoria delle deposizioni testimoniali invocate dalla difesa degli imputati, le quali non risultano, comunque, idonee ad escludere che la vittima fosse stata istruita circa la manovra da eseguire per l’accensione della caldaia ed incaricato di eseguirla.

Viene, pertanto, ribadito che è inammissibile il ricorso per cassazione quando manchi l’indicazione della correlazione tra le ragioni argomentate dalla decisione impugnata e quelle poste a fondamento dell’atto d’impugnazione, atteso che quest’ultimo non può ignorare le affermazioni del provvedimento censurato.

La seconda censura, inerente l’asserita abnormità della condotta del lavoratore, e, cioè, sulla consapevolezza dello stesso della rottura del tubo prima ancora dell’inizio dello svolgimento dell’operazione, introduce una questione nuova inammissibile.

Per completezza viene sottolineato, che la consapevolezza, da parte del lavoratore, della pericolosità dell’operazione non si traduce nell’abnormità della condotta, rientrante, comunque, nelle mansioni riconducibili al ciclo produttivo e svolta secondo le istruzioni del superiore. Difatti, in tema di prevenzione antinfortunistica, perché la condotta colposa del lavoratore possa ritenersi abnorme e idonea ad escludere il nesso di causalità tra la condotta del datore di lavoro e l’evento lesivo, è necessario non tanto che essa sia imprevedibile, quanto che sia tale da attivare un rischio eccentrico o esorbitante dalla sfera di rischio governata dal soggetto titolare della posizione di garanzia.

In conclusione, i ricorsi vengono dichiarati inammissibili ed i ricorrenti condannati al pagamento delle spese processuali e della sanzione pecuniaria di € 3.000,00.

Confermate, pertanto, le statuizioni della sentenza d’Appello e la condanna per lesioni gravissime al dipendente consistenti in sfregio al volto e ustioni di secondo grado.

Avv. Emanuela Foligno

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