All’esame della Cassazione la portata minatoria della condotta di una donna, ex suocera della persona offesa, che si era avvicinata a quest’ultima nel tentativo di colpirla senza tuttavia andare oltre per l’intervento di terzi

Con la sentenza n. 25031/2020 la Cassazione si è pronunciata sul ricorso presentato dal Pubblico ministero presso il Tribunale di Genova avverso la decisione del Giudice di Pace di prosciogliere con la formula “perché il fatto non sussiste” una donna accusata di minaccia ai danni della ex nuora. Secondo la parte ricorrente, infatti,  la sentenza impugnata non sarebbe stata condivisibile laddove affermava che il solo avvicinarsi della suocera a pochi centimetri dal viso della persona offesa per colpirla (non andando oltre per l’intervento di terzi) non fosse condotta assimilabile ad una minaccia.

La Suprema Corte ha effettivamente ritenuto di aderire all’argomentazione proposta, accogliendo il motivo di doglianza in quanto fondato.

Per gli Ermellini, infatti, la valutazione del Giudice di prime cure in relazione alla condotta contestata, ritenuta “deprecabile, ma non già minatoria”, si risolve in un’argomentazione tautologica.

“Tale assertiva argomentazione – sottolineano dal Palazzaccio -, da una parte, nella sua assoluta stringatezza, non fornisce una spiegazione effettiva circa le ragioni della mancata riconducibilità del fatto all’ipotesi criminosa contestata e, dall’altra, quand’anche se ne volesse cogliere la portata ultima, intuendo il percorso logico-giuridico seguito dal Giudice di pace, non appare corretta in diritto”.

Al proposito, la Cassazione osserva che la condotta in discussione – attuata dall’imputata nel corso di un’udienza civile che la vedeva contrapposta alla sua ex nuora -, a dispetto di quanto ritenuto dal Giudice di pace, era dotata di una concreta portata minatoria di carattere non verbale, astrattamente suscettibile di rientrare nel paradigma punitivo.

In base alla giurisprudenza di legittimità, infatti, la fattispecie di cui all’art. 612 c.p. è integrata anche quando, in assenza di parole intimidatorie o di gesti espliciti, “sia adottato un comportamento univocamente idoneo ad ingenerare timore, sicché possa essere turbata o diminuita la libertà psichica del soggetto passivo”. Da li la decisione di annullare la sentenza impugnata con rinvio al Giudice di pace di Genova – in diversa persona fisica – per nuovo esame.

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