Può essere riconosciuta la previdenza solo se la malattia accertata rientri nel quadro della sintomatologia accusata dall’interessato in sede amministrativa (Tribunale di Crotone, Sez. Lavoro, Sentenza n. 430/2021 del 11/05/2021 RG n. 1563/2018)

Il lavoratore cita a giudizio l’Inail onde vedersi riconosciuta la natura professionale della patologia di tumore vescicale.

In particolare, il ricorrente deduce di essere stato esposto all’amianto nel corso dell’attività lavorativa e invoca il diritto alla rendita nella misura che verrà accertata dalla CTU Medico-Legale.

Si costituisce in giudizio l’Inail, contestando l’esposizione al rischio e concludendo per il rigetto del ricorso con vittoria delle spese di lite.

La causa, viene trattenuta in decisione senza la necessità di consulenza tecnica, previo invito a depositare l ‘originale della domanda di malattia professionale attesa la difformità delle copie prodotte dalle parti, rimasto senza esito.

Il Tribunale ritiene il ricorso infondato.

Il diritto alla rendita o all’indennizzo Inail richiedono la preventiva proposizione della domanda amministrativa di riconoscimento della malattia.

Ai sensi dell ‘art. 53 , co. 5 DPR 1124/1965 , nel testo ratione temporis applicabile alla data del certificato medico del 11.2.2014, la denuncia delle malattie professionali deve essere trasmessa dal datore di lavoro all’istituto assicuratore, corredata da certificato medico, entro i cinque giorni successivi a quello nel quale il prestatore d’opera ha fatto denuncia al datore di lavoro della manifestazione della malattia.

Il certificato medico deve contenere e indicare in maniera particolareggiata la sintomatologia accusata e quella rilevata dal medico certificatore. I medici certificatori hanno l’obbligo di fornire all’Istituto assicuratore tutte le notizie ritenute necessarie.

Al riguardo la giurisprudenza ha specificato che rileva la sintomatologia descritta e non anche il nome utilizzato.

L’art. 53 d.P.R. n. 1124 del 1965, pur non facendo obbligo all’assicurato di qualificare la malattia professionale denunciata, prescrive che alla denuncia in sede amministrativa sia allegata, appunto, una relazione particolareggiata della sintomatologia accusata e di quella rilevata dal medico certificatore.

Conseguentemente, sia in sede amministrativa che in sede giudiziaria, può essere riconosciuta la prestazione assicurativa solo quando la malattia accertata, ancorché non coincidente con quella specificamente denunciata, rientri però nel quadro della sintomatologia accusata dall’interessato in sede amministrativa.

Quindi, vìola il principio di corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato il giudice che dichiari il diritto dell’assicurato alla prestazione tenendo conto dell’incidenza anche di malattie diverse da quella denunciata ed estranee alla sintomatologia a suo tempo accusata in sede amministrativa.

Nel caso concreto, non è stata fornita la prova della denuncia della malattia corrispondente al tumore vescicale dedotto in giudizio.

Il ricorrente non ha ottemperato all’ordine di esibizione dell’originale della domanda amministrativa n. 5087782 del 12.2.2014 , completa di certificato medico, richiamata nel provvedimento di rigetto dell’Inail del 11.7.2015.

Entrambe le parti hanno depositato la denuncia di malattia professionale con certificato medico cartaceo del 11.2.2014 corrispondente al n. 508667782 , ivi manoscritto.

Tuttavia , con ordinanza del 6.10.20 , rimasta senza esito, veniva richiesto ad entrambe le parti di depositare l’originale della domanda amministrativa n. 508667782 attesa la diversità delle copie prodotte dalle parti, sia nella parte della diagnosi contenuta, che nella parte inerente la descrizione dell’attività lavorativa espletata.

In particolare, nella domanda prodotta dal ricorrente, corrispondente alla situazione lavorativa di “manutenzione presso tutti i reparti – potatore -trattorista è indicata la diagnosi di ” lombo + oblique: appiattimento della lordosi L4 o L5; ginocchia; calcificazione sulla rotula e apofisi tibiali”, mentre in quella prodotta dall’Istituto corrispondente alla situazione lavorativa di ” manutentore reparti ” è riportata la diagnosi di “CA vescicale operato in attuale trattamento chemioterapico”. Infine, nella denuncia di malattia professionale n. 57487 trasmessa telematicamente i l 27.2.2014 prodotta dall’Inail in data 4.5.2021, unitamente alle note scritte depositate per l ‘udienza è allegato un certificato medico diverso da quello prodotto inizialmente in forma cartacea , come risulta dalla cancellazione a penna della data di prima diagnosi (non presente nel fascicolo in forma cartacea), e coincidente con quella prodotta dal ricorrente, recante la diagnosi di “lombo + oblique: appiattimento della lordosi L4 o L5; ginocchia; calcificazione sulla rotula e apofisi tibiali”.

In definitiva, mancando la prova della proposizione di domanda amministrativa di malattia professionale con sintomi coincidenti con quelli del “carcinoma vescicale dedotto”, anziché connessa agli arti inferiori, come indicato nel certificato medico prodotto dal ricorrente, attesa la contraddittorietà della documentazione prodotta in copia dalle parti.

Per tali ragioni il ricorso deve essere respinto.

Oltretutto, sottolinea il Giudice, fatta eccezione per i due certificati specialistici, che equivalgono a mere valutazioni perché non supportati da esami obiettivi, è stato prodotto esclusivamente il referto del 1.4.2014, recante la diagnosi di “carcinoma transizionale (..) “.

Ebbene, talo documento, in assenza di prova della regolarità della domanda amministrativa, è insufficiente a dimostrare la sussistenza del nesso di causalità rispetto all’attività lavorativa svolta, come riferita dai testimoni escussi, per l ‘impossibilità di accertare l’insorgenza della patologia in questione ed il suo decorso clinico in rapporto all ‘attività lavorativa svolta, con conseguente natura esplorativa della CTU.

Grava sul lavoratore l’onere di provare, con precisione, i fatti costitutivi del diritto alla rendita o all’indennizzo per equivalente, dimostrando l’attività lavorativa svolta e la riconducibilità causale della patologia alle modalità di svolgimento delle mansioni , sulla scorta di elementi concreti.

Difatti, giurisprudenza consolidata stabilisce che “nell’ipotesi di malattia ad eziologia multifattoriale, il nesso di causalità relativo all’origine professionale della malattia non può essere oggetto di semplici presunzioni tratte da ipotesi tecniche teoricamente possibili, ma necessita di una concreta e specifica dimostrazione che può essere data anche in termini di probabilità sulla base della particolarità della fattispecie, essendo impossibile nella maggior parte d ei casi ottenere la certezza dell’eziologia; è, tuttavia, necessario acquisire il dato della probabilità qualificata, da verificarsi attraverso ulteriori elementi, come ad esempio i dati epidemiologici, idonei a tradurre la conclusione probabilistica in certezza giudiziale”.

Nel caso del ricorrente, di patologia tumorale della vescica, non si può applicare il regime presuntivo, poiché tale patologia non è tabellata nelle malattie professionali, con conseguente insufficienza della prova del nesso di causalità.

Per tali ragioni il ricorso viene respinto e vengono ritenute assorbite le questioni non espressamente trattate.

Nulla viene disposto sulle spese di lite ex art. 152 disp. att. c.p.c.

In conclusione, il Tribunale, in funzione di Giudice del Lavoro, respinge il ricorso e compensa le spese di lite.

Inoltre, dispone la trasmissione degli atti alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Crotone per gli opportuni provvedimenti in ordine alla diversità dei certificati medici prodotti in copia dalle parti .

Avv. Emanuela Foligno

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