Uccisa dopo 12 denunce per maltrattamenti. Il Tribunale giudica negligente il comportamento dei magistrati e li condanna. Il Governo ricorre in appello
Un caso di reiterato maltrattamento, culminato con l’assassinio. Il femminicidio di cui è rimasta vittima una donna di Messina è parso essere ampiamente annunciato. La donna è stata uccisa dopo 12 denunce sporte alla Procura di Caltagirone. Non sono state sufficienti per fermare il marito. I magistrati però sono stati ritenuti negligenti dal Tribunale Civile di Messina. E la Presidenza del Consiglio dei Ministri è stata condannata a risarcire i danni ai figli, rimasti orfani della madre. Palazzo Chigi ha però deciso di ricorrere in appello.
La notizia del ricorso ha suscitato scalpore, non solo perché, nel caso di specie, mette in discussione la responsabilità civile dei magistrati. A destare perplessità è stata anche la richiesta di sospensione dell’esecuzione della sentenza di primo grado. Cosa che di fatto non consente all’uomo che ha adottato gli orfani, di fruire del risarcimento che il Tribunale di Messina gli aveva riconosciuto.
In primo grado, la Presidenza del Consiglio dei Ministri è stata condannata a risarcire con 300 mila euro di danni patrimoniali i figli della donna, vittima dell’ennesimo caso di femminicidio. La condanna è stata effetto dell’applicazione della norma, recentemente riformata, sulla responsabilità civile dei magistrati. Secondo i colleghi di Messina, i pm in servizio nella Procura di Caltagirone, non fecero quanto in loro potere.
Leggi anche:
RESPONSABILITA’ DEI MAGISTRATI: VIA LIBERA ALLA RICHIESTA DEI DANNI




