La Corte d’Appello di Brescia condannava l’Ente per l’illecito di cui agli artt. 590 c.p. e 25-septies d.lgs. n. 231/2001 (Cassazione Penale, sez. IV, sentenza n. 12149 del 24/03/2021)

“In tema di responsabilità da reato delle persone giuridiche per il reato di lesioni colpose con violazione della normativa antinfortunistica, il criterio di imputazione oggettiva dell’interesse può sussistere anche in relazione a una trasgressione isolata dovuta a un’iniziativa estemporanea, senza la necessità di provare la natura sistematica delle violazioni antinfortunistiche, allorché altre evidenze fattuali dimostrino il collegamento finalistico tra la violazione e l’interesse dell’ente”.

Imputato per il delitto di lesioni colpose aggravate dalla violazione della normativa antinfortunistica il direttore generale dell’ente, nonché addetto alla produzione e datore di lavoro della persona offesa, cui si contestava di aver cagionato a quest’ultima l’amputazione dell’avampiede destro, per negligenza, imprudenza e imperizia e per inosservanza delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro.

Ciò in quanto l’Ente consentiva l’utilizzo di un carrello elevatore per operazioni per le quali non era indicato (sollevamento di un fascio di colonne metalliche lunghe quasi quattro metri e pesanti ciascuna Kg. 678), senza fornire attrezzature o accessori necessari per un uso in sicurezza, essendo stato il mezzo utilizzato a guisa di gru/paranco, e non per la movimentazione di carichi pallettizzati, e senza utilizzo di ganci in grado di trattenere il carico e per non avere impartito ai lavoratori idonee istruzioni per l’uso del carrello di che trattasi in relazione alle modalità d’imbraco e ai sistemi di ancoraggio, onde assicurare la stabilità del carico e scongiurare la prossimità di lavoratori a terra, anche in situazioni anomale ma prevedibili.

In particolare, durante la movimentazione di un fascio di quattro colonne metalliche con le caratteristiche sopra descritte, eseguita imbracando il carico con una fascia di tessuto, le cui estremità a occhiello venivano infilate in una delle zanche sollevate del carrello, il dipendente infortunato era intento a tenere in equilibrio e orientare manualmente il carico da terra, mentre un collega si trovava alla guida del carrello; all’improvviso, una estremità della fascia di imbraco era fuoriuscita dalla zanca, facendo cadere a terra il carico che investiva il lavoratore persona offesa al piede destro.

I giudici di merito, hanno ritenuto sussistenti i presupposti per la dichiarazione di responsabilità amministrativa evidenziando, in ordine all’elemento oggettivo d’imputazione, il collegamento tra la condotta del soggetto apicale e gli assetti organizzativi dell’azienda.

Il legale rappresentante della società si era trovato, infatti, nell’occorso nella necessità di fronteggiare una specifica esigenza aziendale: si trattava cioè di eseguire il collaudo del carroponte e per farlo era necessario approntare dei pesi che erano stati individuati in quattro fasci di colonne d’acciaio, non disponibili però nel capannone ove era installato il nuovo carroponte; non potendo utilizzare altri carroponti, per la traslazione delle colonne avrebbe dovuto fare ricorso a ditte esterne e affrontare i costi di noleggio e i tempi di attesa, da valutarsi anche in termini di perdita di tempo.

Pertanto, quando l’imputato persona fisica si determinò a usare il carrello in modo improprio e pericoloso, lo fece nell’interesse dell’ente, onde evitare spese e accelerare i tempi del collaudo e ciò a prescindere dal fatto che la società non avesse improntato la sua politica al risparmio allorché si era proceduto alla dotazione di un nuovo carroponte: è stato ritenuto decisivo, infatti, che l’utilizzo del carrello aveva scongiurato costi aggiuntivi.

L’ente ricorre in Cassazione sostenendo la violazione dell’art. 5 e vizio di illogicità della motivazione, rilevando che, nel passaggio motivazionale relativo al trattamento sanzionatorio dell’imputato, la stessa Corte territoriale ha riconosciuto che la condotta s’inseriva in un contesto di evidente eccezionalità, premessa dalla quale era logico attendersi la conclusione che, nella specie, difetterebbero sia l’interesse che il vantaggio per l’ente.

Gli Ermellini ribadiscono che il datore di lavoro deve vigilare sul rispetto delle regole di cautela da parte del dipendente, operando in conformità alle norme sulla sicurezza, con la conseguenza che se l’evento lesivo o mortale, derivato dalla violazione di una regola cautelare, rappresenta proprio la concretizzazione del rischio che la norma mirava ad evitare, e tale rischio era prevedibile ex ante dall’autore della violazione, egli non potrà che rispondere per l’evento dannoso che avrebbe dovuto prevenire attraverso l’osservanza della norma cautelare violata.

Ergo, la condotta colposa della vittima – salvo il caso in cui il comportamento sia così abnorme per la sua eccezionalità ed imprevedibilità da sfuggire completamente al controllo del garante – non esonera da responsabilità il datore di lavoro che, essendo il destinatario della normativa antinfortunistica, deve prevenire anche scelte sconsiderate da parte del dipendente indisciplinato, idonee a compromettere la sua incolumità psico-fisica.

Sul punto, gli Ermellini nel ritenere il ricorso inammissibile, precisano che vi sono orientamenti differenti in giurisprudenza.

In materia di prevenzione antinfortunistica, si è nel tempo passati da un modello iperprotettivo, interamente incentrato sulla figura del datore di lavoro investito di un obbligo di vigilanza assoluta sui lavoratori, ad un modello collaborativo in cui gli obblighi sono ripartiti tra più soggetti, compresi i lavoratori, in tal senso valorizzando il testo normativo di riferimento (cfr. art. 20 d.lgs. n. 81/2008), il quale impone anche ai lavoratori di attenersi alle specifiche disposizioni cautelari e agire con diligenza, prudenza e perizia.

Contestualmente, si è individuato il principio di auto responsabilità del lavoratore, abbandonando il criterio esterno delle mansioni, sostituito con il parametro della prevedibilità, intesa come dominabilità umana del fattore causale, e si è passato, a seguito dell’introduzione del d.lgs n. 626/1994 e, poi, del T.U. 81/2008, dal principio dell’ontologica irrilevanza della condotta colposa del lavoratore al concetto di area di rischio, che il datore di lavoro deve valutare in via preventiva.

Ciò posto, resta in ogni caso fermo il principio secondo cui non può esservi alcun esonero di responsabilità all’interno dell’area di rischio, nella quale si colloca l’obbligo datoriale di assicurare condizioni di sicurezza appropriate anche in rapporto a possibili comportamenti trascurati del lavoratore.

All’interno dell’area di rischio considerata, la condotta del lavoratore può ritenersi abnorme e idonea ad escludere il nesso di causalità tra la condotta del datore di lavoro e l’evento lesivo, non tanto ove sia imprevedibile, quanto, piuttosto, ove sia tale da attivare un rischio eccentrico o esorbitante dalla sfera di rischio governata dal soggetto titolare della posizione di garanzia.

La condanna dell’imputato persona fisica viene confermata dalla Cassazione posto che il lavoratore risultava avere agito nel contesto delle lavorazioni espressamente assegnategli.

Avv. Emanuela Foligno

Sei vittima di un incidente sul lavoro? Affidati ai nostri esperti per una consulenza gratuita. Clicca qui

Leggi anche:

Lesione delle giunzione miotendinea prossimale causata da infortunio

- Annuncio pubblicitario -

LASCIA UN COMMENTO O RACCONTACI LA TUA STORIA

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui