La legge 194 del 22 maggio 1978 che regolamenta l’interruzione di gravidanza, non gode ancora oggi di una piena applicazione. Ad Ascoli Piceno e Jesi ad esempio, è totalmente inapplicata. Oltre il 70% del personale medico è obiettore di coscienza e le lunghe liste d’attesa non consentono di restare nei termini stabiliti dalla legge.

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«Responsabile Civile» ha raggiunto la dottoressa Marina Marceca, ginecologa presso l’UOC San Filippo Neri di Roma1 per aiutare a comprendere meglio la situazione degli aborti a Roma e le procedure mediche in conformità alla legge vigente. La dottoressa Marteca fa parte dell’AMICA, Associazione Medici Italiani Contraccezione e Aborto presieduta dalla dottoressa Cristina Damiani che s’impegna per la tutela della legge 194 e il diritto ad abortire in condizioni di garanzia del servizio.

Dottoressa perché in Italia sono così numerosi gli obiettori di coscienza?

M.M. – Credo che il numero così alto di obiettori vada ricercato nella nostra storia. L’Italia ha delle profonde radici cattoliche che portano a rifiutare di eseguire interruzioni di gravidanza. C’è poi l’organizzazione sanitaria che spesso è affidata alla Chiesa. Basti pensare che il numero maggiore di parti avviene nei due istituti religiosi: l’ospedale San Pietro Fatebenefratelli e l’Ospedale Sacro Cuore di Roma. Solo dopo c’è l’ospedale S. Camillo che è pubblico. Personalmente non sono contraria all’obiezione, ognuno decide per se stesso, purchè venga garantito un servizio previsto dallo Stato. La stessa legge 194  è l’unica legge sull’aborto al mondo che porti la firma esclusivamente di uomini politici cristiani e dunque anch’essa nutre radici cattoliche. Prima della legge la normativa vigente parlava di reato contro la stirpe e il numero degli aborti clandestini è assolutamente sottostimato, con le relative complicanze, setticemie e morti che ne sono seguiti. La legge 194 è preziosissima per la salute delle donne.

Cosa succede all’interno di un ospedale per un medico abortista?

M.M. – Come ho detto, molti istituti ospedalieri sono religiosi dunque per essere assunti in quegli ospedali bisogna per forza esserlo obiettore di coscienza. Un tempo avvenivano fenomeni di mobbing, per cui chi sosteneva la cultura della 194 veniva ghettizzato. Il regolamento prevede l’assunzione di personale non obiettore ma spesso capita che una volta assunti si cambi idea. Ora con la situazione attuale che vede scarsità di personale abortista ad essere penalizzati sono i Sumaisti, specialisti ambulatoriali indipendenti esterni agli ospedali che vanno nelle strutture accreditate per effettuare interruzioni volontarie di gravidanza. Praticamente fanno solo quello. Noi ospedalieri abbiamo la fortuna di occuparci un pò di tutto. Si, eseguo anche aborti ma mi occupo di assistenza al parto, dunque la situazione è più leggera. Nei seminterrati dell’Ospedale San Camillo c’è una lunga fila di donne che fin dalla mattina presto aspettano il loro turno per abortire. Una situazione inaccettabile.

Come avviene l’interruzione terapeutica della gravidanza oltre i 90 giorni previsti dalla legge?

M.M – I limiti imposti dalla legge per l’interruzione di gravidanza sono 90 giorni (12 settimane) ed entro il primo trimestre la donna per essere sottoposta all’intervento deve presentare un’autocertificazione che attesti il suo disagio circa la gravidanza. Possono essere i motivi più vari, dall’assenza di un lavoro, un compagno ecc. Dal secondo trimestre in poi occorre una certificazione fatta da un medico che attesti una patologia del feto che turba psicologicamente la donna. L’interruzione terapeutica deve avvenire entro le 22 settimane ed essere suffragata da un’articolata diagnosi prenatale. Si tratta di un vero e proprio parto, il punto è che può avvenire di fare la diagnosi prenatale in strutture che poi non supportano questo servizio, e molto spesso non forniscono neppure un canale informativo alla donna per rivolgersi altrove. La realtà dei fatti vede spesso donne abbandonate a se stesse e non consigliate su dove rivolgersi. Devono dunque cercare da sole dove e da chi andare per risolvere un problema che ha anche il suo peso psicologico, non dimentichiamolo. Molte delle patologie vengono individuate entro i 90 giorni. Per l’interruzione terapeutica entro le 22 settimane si tratta come accennato di un parto anticipato. Per iniziare viene somministrata la pillola abortiva RU486 da personale non obiettore. A questo punto l’intero staff è costretto a seguire la paziente. È sufficiente che vi sia un solo operatore non obiettore per dare avvio all’iter. Il problema spesso si pone con la trascuratezza da parte del resto del personale che obietta e dunque capita che le donne si sentano abbandonate o comunque non seguite come si dovrebbe.

A che punto siamo in Italia sull’uso della pillola abortiva RU486?

M.M – La pillola abortiva RU486 è stata introdotta in Italia nel 2009 dall’AIFA, Agenzia Italiana per il farmaco e il suo utilizzo è in aumento. Va somministrata entro la 7° settimana di gestazione. Si tratta di due farmaci, il mifepristone che prepara il terreno e viene assunto 48 ore prima del ricovero. Un farmaco che agisce sul progesteone, l’ormone che favorisce e assicura il mantenimento della gravidanza, bloccandone l’azione. La prostaglandina, somministrata due giorni dopo, provoca l’espulsione del materiale abortivo entro poche ore. Non tutte le Regioni italiane l’hanno adottata e il suo impiego prevede l’ospedalizzazione della donna per 3 giorni, fino alla totale e completa espulsione del materiale abortivo. Molte donne, una volta ottenuta, firmano subito contro l’opinione del medico ed escono. Non si rivelano complicazioni dovute a questa scelta. Il ricovero di 3 giorni rappresenta una spesa molto alta questa per il Sistema Sanitario Nazionale. Sono pochi i casi in cui la pillola RU486 viene data in regime di Day Hospital. In Francia addirittura viene prescritta dal medico di famiglia. A questo proposito con la nostra associazione abbiamo scritto una lettera al Ministro del Salute Beatrice Lorenzin, invitandola a riflettere proprio sulla non appropriatezza del ricovero di 3 giorni. Una spesa come ho detto che grava sul Sistema Sanitario Nazionale. La soluzione farmacologica va incentivata rispetto a quella chirurgica – se i tempi lo consentono – e va assolutamente incentivato il sistema di Day Hospital e quando possibile nei consultori. Noi di AMICA abbiamo l’obiettivo di incidere nell’ambito culturale su questo argomento nella tutela della donna in tutti gli aspetti della gravidanza. È necessario intervenire a monte per garantire un diritto previsto dalla legge.

a cura di Laura Fedel

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2 Commenti

  1. Buongiorno abbiamo costituito a Matera un Collettivodonne ed avremmo in programma di realizzare a breve una giornata con relativo dibattito sulla 194 e sullo stato dei luoghi dell’applicazione della stessa a livello nazionale e conseguentemente a livello locale..ci piacerebbe poter invitare la dott.ssa Marceca o qualche altro medico che fa parte dell’associazione AMICA per un gradito contributo..spero di poter ricevere risposta…in attesa i miei saluti
    Patrizia Capriotti

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