Il calcolo per la determinazione dell’assegno divorzile in favore dell’ex coniuge, deve svolgersi secondo un giudizio caratterizzato dalla cosiddetta equità giudiziale correttiva o integrativa, destinata, in applicazione di valutazioni parametriche, a determinare il valore del predetto importo

La vicenda

A seguito della separazione giudiziale tra due coniugi, la Corte d’appello di Milano, poneva a carico del marito un assegno divorzile di 900 euro mensili in favore dell’ex compagna.
L’assegno era stato determinato in via equitativa, in ragione: del disequilibrio dei redditi delle parti e della incapacità della donna, coniuge più debole, di continuare a godere dello stesso tenore di vita su cui si fondava l’unione matrimoniale; del fatto che quest’ultima percepiva una retribuzione mensile di 700 euro; della cessazione del godimento della ex casa familiare; dell’età dei coniugi; della durata del matrimonio; nonché del contributo dato dalla richiedente alla famiglia.
Ad impugnare la predetta decisione con ricorso ai giudici di legittimità era stata la stessa beneficiaria del predetto assegno, la quale lamentava il fatto che la corte d’appello avesse fissato l’ammontare dell’assegno divorzile non tendendo conto del tenore di vita familiare desumibile dagli atti e dalle istanze di prova, e ciò al fine di apprezzare il non equilibrio delle condizioni economiche degli ex coniugi, della sempre più solida posizione goduta dall’ex marito, anche in ragione della revoca dell’assegnazione dell’ex casa familiare, immobile di pregio, in suo favore.
Ma per i giudici della Suprema Corte di Cassazione il motivo era infondato. Ed invero, con la sentenza n. 18287/2018 le Sezioni Unite hanno rivoluzionato la natura e la funzione dell’assegno divorzile.

Il giudizio dei legittimità

Resta estranea dalla valutazione in ordina al quantum dell’assegno la finalità della ricostruzione del tenore di vita endoconiugale che cede il passo al ruolo e al contributo fornito dall’ex coniuge economicamente più debole e di quello personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata del matrimonio ed all’età dell’avente diritto.
La corte d’appello aveva perciò, fatto corretta applicazione dei principi sopra enunciati, provvedendo debitamente ad apprezzare, nel ritenuto non equilibrio delle condizioni reddituali degli ex coniugi, il contributo della richiedente alla formazione del patrimonio familiare in ragione della durata del rapporto e della sua età.
La dedotta illegittimità dell’impugnata decisione per fatto ricorso al criterio dell’equità al fine di quantificare l’assegno divorzile, in difetto di concorde istanza delle parti ai sensi dell’art. 114 c.p.c., rappresenta per gli Ermellini, una questione in parte manifestamente infondata, in parte inammissibile.
Vale invero, sul punto i principio per il quale: “l’esercizio del potere discrezionale di determinazione in via equitativa dell’ammontare dell’assegno di divorzio, espressione del più generale potere di cui all’art. 115 c.p.c., dà luogo non già ad un giudizio di equità, che a norma dell’art. 114 c.p.c. attiene alla decisione nel merito della controversia e presuppone sempre una concorde richiesta delle parti, ma ad una decisone adottata secondo le norme di diritto, alla stregua della normativa vigente e quindi, caratterizzata dalla cosiddetta equità giudiziale correttiva o integrativa, destinata come tale, in applicazione di valutazioni parametriche, a determinare del primo l’importo, con la conseguenza che la sentenza pronunciata dal giudice nell’esercizio di tale potere non è ricorribile in cassazione per violazione di legge ai sensi dell’art. 114 c.p.c. ove adottata in difetto di concorde richiesta delle parti” (Cass. n. 21103/2013).

La redazione giuridica

 
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