Condanna aggravata anche se la cessione di stupefacenti avviene nei confronti di un soggetto sano recatosi occasionalmente presso la struttura ospedaliera per ricevere quanto pattuito

La Corte d’appello dell’Aquila aveva condannato l’imputato alla pena di un anno e sei mesi di reclusione ed euro 2.200,00 di multa, in ordine al reato di cessione di sostanze stupefacenti, di cui all’art. 73 comma 5 del D.P.R. 309/1990, con l’aggravante dell’art. 80, comma 1, lett. g)

Contro tale pronuncia la difesa aveva proposto ricorso per cassazione lamentando l’errata applicazione della citata aggravante, sul presupposto che “la collocazione spaziale” dei fatti – inerenti, rispettivamente, alla cessione di una bustina di eroina ed alla detenzione di 4 grammi della medesima sostanza da parte dell’imputato, al tempo ricoverato in ospedale, non avrebbe influito sulla fattispecie di reato, dal momento che la cessione, era avvenuta “nei confronti di un soggetto che veniva da fuori e non era esso stesso ricoverato”.

I motivi di ricorso

Insomma secondo la difesa non poteva farsi applicazione dell’aggravante prevista dall’art. 80, comma 1, lett. g), la cui ratio è quella di “proteggere comunità ritenute più deboli delle altre”, quali gli “studenti mentre vanno a scuola, i malati ricoverati in ospedale”, ecc.; dal momento che nel caso in esame, l’imputato “aveva commesso il reato cedendo sostanza stupefacente ad un soggetto sano che si era recato occasionalmente nella struttura ospedaliera per ricevere quanto pattuito, rendendo così indifferente il contesto ospedaliero in cui ci si trovava”.

Sulla vicenda si è pronunciata la Sesta Sezione Penale della Cassazione (sentenza n. 1666/2019) che ha rigettato il ricorso perché manifestamente infondato.

La circostanza aggravante oggetto della previsione del D.P.R. n. 309 del 1990, art. 80, comma 1, lett. g), -ha affermato il Supremo Collegio – ha natura oggettiva ed è in particolare deputata a sanzionare con maggior rigore la peculiare e più allarmante situazione di pericolo che si riconnette alla condotta di offerta o cessione di sostanza stupefacente posta in essere dal soggetto agente all’interno o in prossimità di luoghi – quelli, appunto, specificamente indicati dal legislatore nella norma in questione – relativi a comunità frequentate da soggetti che abbisognano di una più rafforzata tutela, in ragione della giovane età e del non ancora completo sviluppo della personalità che da essa può discendere (scuole di ogni ordine e grado e comunità giovanili), come pure della minorata capacità di difesa discendente da ragioni di salute (ospedali e strutture per la cura e riabilitazione dei tossicodipendenti), come pure dalla peculiare condizione in cui gli stessi versano (carceri e caserme), anche per l’elevato numero delle persone presenti in dette comunità e per la concentrazione delle stesse.

La decisione

Coerentemente con tale impostazione, la Cassazione ha già avuto modo di rilevare che, ai fini dell’integrazione della circostanza in esame, non è quindi necessario che la cessione o l’offerta siano rivolte a persona appartenente alle specifiche categorie appena sopra menzionate (Sez. 4, sent. n. 21884 del 06.04.2017): opinare diversamente, infatti, significherebbe vanificare la indicata ratio e la struttura propria dell’aggravante in questione, costruita appunto unicamente sul maggior rischio innescato dalla condotta del reo (Sez. 4, sent. n. 51957 del 24.11.2016; Sez. 6, sent. n. 27458 del 14.02.2017).

Per queste ragioni, il ricorso è stato definitivamente rigettato.

La redazione giuridica

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