Questo approccio rappresenta ad oggi l’unica possibilità concreta per identificare i neonati infetti da citomegalovirus

In Italia su una popolazione di 450 mila nati vivi vengono diagnosticati circa 3.000 casi di infezione congenita da citomegalovirus. Di questi circa 3 o 400 vengono alla luce con una sintomatologia evidente e spesso grave, ad esempio: microcefalia, ventricolomegalia, epatosplenomegalia, ittero e ritardo di crescita.

La maggior parte di questi neonati va incontro allo sviluppo successivo delle sequele tardive quali la sordità, il ritardo mentale e difetti motori. Nei restanti casi, l’infezione da citomegalovirus alla nascita si presenta come infezione asintomatica ma nel tempo può progredire (8-15% dei casi) verso la comparsa delle sequele tardive.

In questo contesto diventa fondamentale riconoscere alla nascita i neonati congenitamente infetti, per sottoporli al protocollo e follow up diagnostico-assistenziale attraverso una serie di accertamenti clinici strumentali e di laboratorio per garantire, in caso di necessità, l’intervento terapeutico precoce.

Se ne è discusso a Rimini durante il Congresso nazionale dell’Associazione microbiologi clinici italiani (Amcli), nel corso del quale sono stati esaminati i più recenti studi pubblicati in letteratura circa i costi-benefici relativi all’introduzione nell’attività clinica dello screening universale neonatale.

“I trial clinici eseguiti a livello mondiale – ha riferito Marcello Lanari, pediatra e docente dell’università di Bologna – hanno dimostrato che il trattamento, eseguito entro il primo mese di vita, con farmaci specifici anti Cmv dell’infezione congenita sintomatica citomegalica con coinvolgimento del sistema nervoso centrale è associato ad un miglioramento della funzione uditiva ed una riduzione dei tassi di deficit di neurosviluppo”.

Oggi non essendoci terapie preventive primarie, secondarie e terziarie per le donne gravide che vanno incontro ad una infezione da CMV durante la gestazione, l’unica possibilità concreta a disposizione per identificare i neonati infetti è sottoporli ad uno screening neonatale universale.

Questo approccio in Italia è ancora a livello di studio clinico, mentre negli Stati Uniti in oltre 10 Stati è stato implementato e adottato con ottimi risultati.

Lo screening può essere proposto raccogliendo alla nascita un campione di saliva e/o di urina. “Questi campioni – ha spiegato Tiziana Lazzarotto, microbiologa dell’università di Bologna e membro del direttivo Amcli – sono valutati con test molecolari, con performance elevate sia per quanto riguarda la sensibilità sia la specificità”.

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