La donna, con una caso di carcinoma mammario in famiglia, si era rivolta a uno specialista per un controllo al seno, ma il medico, a detta dei parenti, avrebbe sottovalutato la presenza di un nodulo parlando di una semplice cisti benigna.

La madre era scomparsa alla sua stessa età per un tumore al seno. Lei, una riminese di 50 anni, si era rivolta a uno specialista per un controllo facendo presente la specificità familiare. Ma il medico, secondo l’ipotesi accusatoria, avrebbe sottovalutato la presenza di un nodulo emerso in mammografia e la donna è morta  pochi mesi dopo, proprio a causa di un carcinoma mammario.

La famiglia, ha quindi deciso di presentare un esposto in Procura, corredato dalla perizia  di un anatomopatologo a indirizzo oncologico, chiedendo venga fatta chiarezza sull’accaduto nonché sulla sussistenza di una responsabilità medica per il decesso della loro congiunta.

La vicenda, secondo quanto riportato dal quotidiano “Il Resto del Carlino”, ha inizio nell’ottobre del 2018, quando la donna ottiene un appuntamento con uno specialista di Bologna. Il medico dopo lo svolgimento di un’ecografia che evidenzia la presenza di un nodulo, invita la paziente a effettuare una mammografia.

L’esame, svolto in un’altra struttura, conferma la presenza del nodulo e induce il radiologo a consigliare un esame istologico.

Ma la signora, tornata dallo specialista, viene rassicurata. In base a quanto riferito nella querela, il camice bianco avrebbe parlato di una semplice cisti benigna. La donna, non sentendosi tranquilla, avrebbe chiesto successivamente allo stesso medico un ulteriore accertamento, ma quest’ultimo si sarebbe rifiutato.

Dopo pochi mesi le condizioni della donna sono  improvvisamente peggiorate. Il professore bolognese, nuovamente interpellato, si sarebbe limitato, tuttavia, a prescrivere alla paziente una cura antibiotica. A fine dicembre, all’aggravarsi delle condizioni di salute, la donna si presenta in ospedale a Rimini dove gli esami hanno evidenziato la presenza di un tumore maligno ad alto grado di aggressività e la presenza di metastasi diffuse ad altri organi, fra i quali il cervello.

Nonostante l’immediato ricovero e l’inizio delle terapie, il 21 gennaio la donna è morta.

Nella perizia di parte si parlerebbe “un ritardo diagnostico che ha gravemente compromesso le chances di guarigione della donna”. In altri termini, se la malattia fosse stata diagnosticata prima, forse la donna si sarebbe potuta salvare. La Procura ha ritenuto di aprire un fascicolo sul caso per omicidio colposo, disponendo l’iscrizione del professionista nel registro degli indagati.

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