Non sussiste un comportamento datoriale stressogeno volto a pregiudicare l’integrità fisica e morale del lavoratore sul posto di lavoro (Tribunale di Roma, Sez. Lavoro, Sentenza n. 4899/2021 del 20/05/2021-RG n. 20415/2018)

Il lavoratore, premesso di essere tecnico biologo e di aver iniziato a lavorare per l’Università nel dicembre 2001, esponeva che nel 2005 iniziava anche una collaborazione con un gruppo di ricerca e che tale collaborazione proseguiva fino al settembre 2015, quando, per esigenze personali, chiedeva di potersi occupare unicamente delle attività che gli competevano quale responsabile biologo.

Da quel momento gli veniva impedito di svolgere le attività proprie del responsabile della sezione di analisi cliniche e veniva lasciato completamente inattivo.

In particolare, sosteneva che veniva relegato in una stanza del vecchio edificio; che dall’ottobre del 2015 veniva anche privato del pc; che con ordine di servizio del 14.10.2015 gli veniva assegnata la gestione del magazzino solventi, curando la distribuzione dei prodotti ed ampliandone l’orario ad un’ora giornaliera; che tale attività non era adeguata al suo ruolo e professionalità; che chiedeva di poter riprendere contatti con i docenti del corso di laurea in Biotecnologie; che il progetto di riprendere una collaborazione veniva ostacolato; che gli veniva comunicato che dal 1.11.2016 sarebbe stato inserito nella produttività di gruppo e di struttura; che gli veniva proposto di verificare elenchi in formato elettronico e realizzare un inventario della strumentazione dismessa; che era necessario l’utilizzo di un computer che non possedeva; che aveva utilizzato un proprio pc portatile; che con mail del 23.3.2017 gli veniva comunicato che era inserito nel Gruppo Tecnico Amministrativo 2017; che successivamente venivano assegnati gli obiettivi di gruppo e di struttura; che l’attività richiesta lo aveva impegnato per non più di 4/5 ore in tutto il 2017; che il Professore lo giudicava non valutabile e non percepiva la retribuzione di risultato per l’anno 2015; che era l’unico responsabile cui non era stata confermata la posizione organizzativa.

Tanto esposto, lamentava che la protratta inattività cui era stato costretto gli aveva cagionato l’insorgere di un malessere psico-fisico che lo costringeva ad assentarsi spesso dal lavoro modificando, anche, le proprie abitudini di vita come ad esempio interrompere l’attività sportiva.

Si costituisce in giudizio la controparte contestando la sussistenza di un comportamento datoriale stressogeno e chiedendo il rigetto del ricorso.

La causa viene istruita attraverso prove testimoniali, e chiusa la fase istruttoria il Tribunale ritiene la domanda infondata.

Preliminarmente il Giudice dà atto che la domanda del lavoratore riguarda il lamentato demansionamento subito.

L’attore ha svolto mansioni di responsabile dell’organizzazione e gestione dei lavoratori didattici chimici e biologici nonché di addetto alla registrazione di microscopia elettronica a scansione (SEM).

La parte convenuta ha riconosciuto, inoltre, che il ricorrente ha collaborato ad un gruppo di ricerca.

Può ritenersi provato dalle prove testimoniali che sia stato proprio il ricorrente a non partecipare più alle attività con il gruppo, a seguito di problemi insorti con una dottoranda.

Conseguentemente, non si può discorrere di un comportamento attivo del datore di lavoro volto a pregiudicare l’integrità fisica e morale del lavoratore sul posto di lavoro.

Il complesso delle risultanze istruttorie, ad ogni modo, non evidenzia che le mansioni svolte successivamente al 2015 siano state tali da configurare un demansionamento rispetto alle mansioni precedentemente affidate, sebbene si lamenti che le uniche attività erano quelle relative alla gestione del magazzino solventi.

Egualmente, non viene ritenuto provato che al ricorrente, dopo il settembre 2015, sia stata negata la possibilità di svolgere qualsiasi attività riconducibile al proprio inquadramento contrattuale.

Il Giudice richiama l’insegnamento della Suprema Corte secondo cui: “…l’art. 52, comma 1, del d.lgs. 30marzo 2001, n. 165, che sancisce il diritto alla adibizione alle mansioni per le quali il dipendente è stato assunto o ad altre equivalenti, ha recepito – attese le perduranti peculiarità relative alla natura pubblica del datore di lavoro, tuttora condizionato, nell’organizzazione del lavoro, da vincoli strutturali di conformazione al pubblico interesse e di compatibilità finanziaria delle risorse – un concetto di equivalenza ‘formale’, ancorato alle previsioni della contrattazione collettiva (indipendentemente dalla professionalità acquisita) e non sindacabile dal giudice”.

Ed ancora, “costituendo il rinnovo dell’incarico stesso una facoltà del datore di lavoro pubblico, il mancato esercizio della facoltà in questione – che non richiede alcuna determinazione, né motivazione – non può dar luogo a demansionamento”.

Per tali ragioni il ricorso viene rigettato e le spese di lite, liquidate in euro 3000,00, vengono poste a carico dell’attore.

Avv. Emanuela Foligno

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