La chance non va identificata con la probabilità statistica di sopravvivenza, consistendo la specificità di tale profilo di danno nella privazione della possibilità di sopravvivere più a lungo e/o con minori sofferenze

La Suprema Corte (Cass. Civ., sez. III, Ordinanza n. 12928/2020 del 26 giugno 2020) affronta nuovamente la tematica del danno da perdita di chance. La vicenda trae origine da una domanda di risarcimento dei danni proposta a seguito del decesso di un uomo nei confronti della Struttura Sanitaria per il danno prodotto dalla mancata comunicazione di una patologia tumorale che aveva ritardato interventi, terapie e accertamenti per due anni.

La domanda dei congiunti veniva respinta sia in primo, che in secondo grado di giudizio.

Il Tribunale di primo grado motivava che nella cartella clinica era presente il referto istopatologico con l’indicazione della patologia e che, pertanto, era da escludersi la riconducibilità dei danni all’omissione dei sanitari, essendosi invece frapposto, come elemento interruttivo, il comportamento negligente del paziente.

In secondo grado la Corte pur riconoscendo, che il Giudice precedentemente adito avrebbe dovuto accertare l’inadempimento dei sanitari all’obbligo di fornire indicazioni circa il follow up della malattia, rigettava comunque l’appello per la ragione assorbente data dall’esclusione del rapporto di causalità tra le omissioni dei sanitari e il decesso dell’uomo.

La vicenda approda in Cassazione.

Gli Ermellini specificano che il nesso causale va sempre accertato e non può dirsi presunto, sebbene possa giovarsi di elementi presuntivi, ma deve essere sempre oggetto di accertamento.

Sulla configurabilità del danno da perdita di chance in ambito sanitario la Suprema Corte ribadisce che:

  •  la perdita di chance in ambito di responsabilità sanitaria va inquadrata come il “sacrificio della possibilità di un risultato migliore”; come cioè la perdita della possibilità di ottenere un “risultato sperato, incerto ed eventuale … in termini di migliori opportunità di cura o di maggiore durata della vita o di sopportazione di minori sofferenze”;
  • il riconoscimento del detto danno, al pari di ogni altro, deve essere preceduto dall’accertamento della derivazione causale da un condotta colpevole; accertamento che deve seguire “il criterio della preponderanza dell’evidenza” dovendosi non confondere “la possibilità costituente il contenuto della chance con la probabilità significativa sul piano eziologico”.

Erroneamente, dunque, La Corte d’Appello ha negato la sussistenza della perdita di chances ancorando la motivazione alla  inevitabilità del decesso, poiché l’omissione non avrebbe inciso in alcun modo sul decesso dell’uomo.

Ed ancora, la Corte territoriale ha errato nel considerare che essendo il decesso avvenuto dopo cinque anni è da escludersi che possa configurarsi un danno sotto l’aspetto della perdita di chance e che la mancata risposta alle cure oncologiche dipese dalla forma aggressiva della malattia del 2002 e non dal tempo intercorso.  

Gli Ermellini, nel considerare errate tali considerazioni del Giudice di secondo grado, evidenziano che se il decesso dell’uomo era inevitabile non lo era il percorso clinico.

Rileva inoltre la Corte di Cassazione che la negata possibilità di un diverso percorso clinico nel caso di una tempestiva comunicazione del primo linfoma e della possibilità di effettuare un follow up oncologico costituisce omissione rilevante ai fini risarcitori.

La Corte, nel negare (errando) il nesso di causalità derivante dalla omissione informativa del 2000, si è limitata a considerare solo l’esito finale del decesso, mentre doveva esaminare l’esistenza di un diverso percorso diagnostico e terapeutico che permettesse di individuare e trattare più precocemente la neoplasia in sede polmonare e che consentisse una diversa progressione della malattia e una maggiore sopravvivenza in vita.

Avv. Emanuela Foligno

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