“Il danno da perdita di chance si verifica nel caso di definitiva perdita della possibilità, concretamente esistente nel patrimonio del danneggiato, di conseguire ulteriori vantaggi economici”

In particolare, in una recente sentenza, il Tribunale di Livorno ha ribadito che il danno da perdita di chance è un danno futuro, consistente non nella perdita di un vantaggio economico, ma nella perdita della mera possibilità di conseguirlo. La vicenda aveva avuto origine dalla richiesta di risarcimento proposta dai proprietari di un immobile per i danni subiti dai fenomeni di infiltrazione di acque meteoriche, che avevano interessato le loro unità, all’esito dei lavori svolti per la sopraelevazione del sottotetto, con conseguente impossibilità di provvedere alla locazione estiva dell’immobile.

Specificamente, gli attori avevano posto a fondamento della domanda le condizioni di inagibilità dell’appartamento determinate dalle fessurazioni e dalle infiltrazioni asseritamente conseguenti ai lavori di sopraelevazione nel contiguo appartamento. Gli attori avevano anche chiesto il pagamento della somma di 75.000 euro o la diversa somma ritenuta di giustizia, quale risarcimento danni per aver effettuato la sopraelevazione del sottotetto in assenza di loro autorizzazione, così impedendo agli stessi di effettuare a loro volta un ampliamento della volumetria interna e quindi ostacolando il corrispondente aumento del valore commerciale dell’immobile di proprietà.

Ma la domanda è stata rigettata (Tribunale di Livorno, sentenza n. 327/2020).

L’articolata domanda è stata interpretata come volta ad ottenere il risarcimento del danno patrimoniale da perdita della chance di incrementare, nell’ambito dei lavori di ristrutturazione in corso, la volumetria del proprio appartamento e dunque il valore commerciale dello stesso.

Secondo l’orientamento consolidato della Corte di legittimità, “Il danno patrimoniale da perdita di chance è un danno futuro, consistente non nella perdita di un vantaggio economico, ma nella perdita della mera possibilità di conseguirlo, secondo una valutazione ex ante da ricondursi, diacronicamente, al momento in cui il comportamento illecito ha inciso su tale possibilità in termini di conseguenza dannosa potenziale” (Cass. 17.4.2008 n. 10111; Cass. 12.2.2015 n. 2737). La liquidazione, necessariamente equitativa, di tale danno è rimessa al giudice del merito. Inoltre, “In tema di risarcimento del danno, il creditore che voglia ottenere (…) anche i danni derivanti dalla perdita di chance – che, come concreta ed effettiva occasione favorevole di conseguire un determinato bene, non costituisce una mera aspettativa di fatto ma un’entità patrimoniale a sé stante, giuridicamente ed economicamente suscettibile di autonoma valutazione – ha l’onere di provare, pur se solo in modo presuntivo o secondo un calcolo di probabilità, la realizzazione in concreto di alcuni dei presupposti per il raggiungimento del risultato sperato ed impedito dalla condotta illecita della quale il danno risarcibile deve essere conseguenza immediata e diretta” (Cass. 12.8.2008 n. 21544, sent. Cass. 20.6.2008 n. 16877).

La prova del danno

In definitiva, la liquidazione equitativa del suddetto danno postula la preesistenza di un quid su cui sia andata ad incidere sfavorevolmente la condotta colpevole del danneggiante, impedendone la possibile evoluzione migliorativa e dunque di concrete, e non ipotetiche, possibilità di conseguire vantaggi economici apprezzabili. Valutazioni da farsi sulla base degli elementi di fatto forniti dal danneggiato e anche in via presuntiva e probabilistica.

Invero, nel caso in esame, non era stata raggiunta prova adeguata del nesso causale tra l’opera di sopraelevazione compiuta nell’interesse del convenuto e l’asserita perdita di chance – ovvero l’allegata definitiva perdita della possibilità – di conseguire il vantaggio economico connesso all’ipotetico incremento della superficie dell’immobile e dunque del suo valore commerciale. Oltre a non aver dato prova (e a non aver nemmeno specificamente allegato) della ristrutturazione in corso e dell’effettiva intenzione di procedere all’incremento volumetrico dell’immobile (con eventuale richiesta di autorizzazione in merito alle autorità competenti), gli attori non avevano neppure “portato in causa elementi valutabili (anche in via presuntiva) circa la concreta esistenza nel loro patrimonio della possibilità di operare – alla luce della normativa regionale (spec. art. 3 l.r. n. 24/2009) oltre che del regolamento urbanistico del Comune – l’aumento di volumetria dell’appartamento in loro proprietà. Per tutte queste ragioni, il Tribunale di Livorno ha rigettato le domande attoree.

Avv. Sabrina Caporale

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