In materia di risarcimento del danno non patrimoniale, va disattesa la tesi secondo cui le Tabelle elaborate dal Tribunale di Milano avrebbero “valore normativo”, costituendo esse piuttosto un criterio guida e non una norma di diritto

La vicenda

La Corte d’appello di Venezia a) aveva ritenuto congrua la liquidazione in favore dei genitori della vittima, a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale “jure proprio” (da lesione del rapporto parentale) e “jure hereditatis” (per la invalidità biologica permanente patita dal minore); b) aveva riconosciuto anche ai nonni materni il ristoro del danno non patrimoniale da lesione del rapporto parentale, liquidato in 15.000 euro per ciascuno, avuto riguardo anche alla situazione di contiguità coabitativa tra le famiglie ed al costante accudimento del minore da parte dei nonni.

Ad avviso dei ricorrenti il Giudice di merito avrebbe dovuto fare applicazione delle Tabelle di liquidazione del danno non patrimoniale in uso presso il Tribunale di Milano: dovendo assimilarsi la situazione del macroleso al massimo grado di invalidità come quella determinata dalla “perdita” del rapporto parentale a seguito di decesso, perciò gli importi risarcitori “jure proprio” sia per i genitori che per i nonni materni – ricorrendone i presupposti di fatto – avrebbero dovuto essere liquidati nella misura massima del relativo range tabellare (pari a 327.990,00 euro per ciascuno dei genitori, e 142.420,00 euro ciascuno per i nonni).

Inoltre, con riferimento al danno non patrimoniale “jure hereditatis”, anche la liquidazione del danno biologico, riferita alla vita effettiva del minore, avrebbe dovuto rispondere ad un diverso criterio, dovendosi privilegiare il calcolo della inabilità temporanea giornaliera, incrementandolo fino al 50%.

La mancata applicazione delle Tabelle milanesi

Nella specie, la Corte d’appello aveva rilevato, quanto al danno “jure proprio” che i motivi di gravame limitati ad un semplice richiamo delle Tabelle di Milano con i quali si denunciava una asserita difformità della liquidazione operata dal primo Giudice palesavano una critica insufficiente “in assenza di puntuali allegazioni sulla incongruità nel caso concreto”, e quanto al danno “jure hereditatis” che la censura si manifestava “estremamente generica”.

Ad ogni modo per i giudici della Suprema Corte il motivo di ricorso era inammissibile per difetto del requisito di completezza della descrizione dei fatti previsto dall’art. 366 comma 1 n. 3 c.p.c.

Al riguardo, il Supremo Collegio ha chiarito che deve essere disattesa la tesi secondo cui le Tabelle elaborate dal Tribunale di Milano avrebbero “valore normativo”, integrando ove inosservate il vizio di “error juris”, poiché la giurisprudenza ha enunciato il diverso principio di diritto secondo cui “nella liquidazione del danno biologico, quando manchino criteri stabiliti dalla legge, l’adozione della regola equitativa di cui all’art. 1226 c.c. deve garantire non solo una adeguata valutazione delle circostanze del caso concreto, ma anche l’uniformità di giudizio a fronte di casi analoghi, essendo intollerabile e non rispondente ad equità che danni identici possano essere liquidati in misura diversa sol perché esaminati da differenti Uffici giudiziari” (Cass. Sezione Terza, n. 12408/2011).

Le Tabelle milanesi di liquidazione del danno non patrimoniale si sostanziano, infatti, in regole integratrici del concetto di equità, atte quindi a circoscrivere la discrezionalità dell’organo giudicante, sicché costituiscono un criterio guida e non una norma di diritto (Cass. Sezione Terza, n. 1553/2019).

Da ciò consegue che è lo scorretto esercizio del potere discrezionale, secondo i parametri forniti dalla interpretazione giurisprudenziale di legittimità degli artt. 1226 e 2056 c.c., che può essere censurato per vizio di violazione di norma di diritto ai sensi del paradigma di cui all’art. 360 comma 1 n. 3 c.p.c., e non anche la diversa modulazione dei valori delle Tabelle di Milano, laddove il Giudice si sia mantenuto nel “range” tra misura minima o massima tabellare, dovendo peraltro considerarsi che il superamento della misura minima o massima tabellare, bene può essere giustificata dalla rilevazione nel caso concreto di fatti straordinari specializzanti che rendono necessario un diverso adeguamento del “quantum” risarcitorio (Cass. Terza Sezione Civile, n. 9950/2017), e che la mancata applicazione delle Tabelle milanesi deve, comunque, ritenersi irrilevante laddove la valutazione equitativa ex art. 1226 c.c. del danno non patrimoniale – pure se operata con riferimento a Tabelle diverse da quelle elaborate dal Tribunale di Milano – venga a riconoscere al danneggiato un importo sostanzialmente corrispondente a quello risultante da queste ultime, restando quindi irrilevante la mancanza di una loro diretta e formale applicazione (Cass. Sezione Terza Civile, n. 913/2018).

La decisione

Ad ogni modo, i ricorrenti si erano lamentati della mancata applicazione delle tabelle milanesi ma avevano omesso del tutto di descrivere i fatti processuali, ed in particolare: quale sarebbe stato il criterio corretto di liquidazione del danno in applicazione delle tabelle milanesi asseritamente disattese dalla corte d’appello.

Inoltre, la mera allegazione della applicazione di una Tabella diversa da quella milanese, non è sufficiente “ex se” ad inficiare la corretta applicazione da parte del Giudice del criterio di liquidazione equitativa, dovendo essere accompagnata la predetta denuncia in sede di legittimità anche dalle ragioni che, in concreto, hanno determinato la incongrua applicazione di tale criterio.

In conclusione il ricorso è stato dichiarato inammissibile (Corte di Cassazione, Terza Sezione Civile, sentenza n. 8884/2020).

Avv. Sabrina Caporale

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