Secondo i parenti, la paziente, una signora di 83 anni, sarebbe deceduta a causa di un’errata assistenza post operatoria presso l’ospedale di Pozzuoli. Ma l’Asl difende la struttura sanitaria

Secondo i familiari sarebbe stata vittima di “un’errata assistenza post-operatoria e della sottovalutazione dell’infezione che le ha procurato la morte”. La donna, un’anziana napoletana di 83 anni, è deceduta il 28 giugno all’ospedale di Pozzuoli causata da un arresto cardiorespiratorio.

La vicenda – come riporta il Mattino – è ricostruita nella denuncia presentata dal figlio ai carabinieri. La signora, che già soffriva di diverticolite, sarebbe stata trasportata d’urgenza il 20 maggio al pronto soccorso del presidio ospedaliero dell’Asl Napoli 2 a causa di lancinanti dolori alla pancia. Sarebbe quindi stata sottoposta il giorno successivo a una laparotomia esplorativa con digiunostomia a causa di un’occlusione intestinale, per poi essere dimessa il 28 maggio.

Cinque giorni dopo le dimissioni, i parenti l’avrebbero nuovamente portata in ospedale. A detta del figlio – riferisce il Mattino – “la ferita chirurgica sembrava infetta, aveva un colore strano ed emanava un odore sgradevole”. Nonostante le insistenze e richieste dell’uomo di controllare i punti di sutura e lo stato degli organi interni, tuttavia, i sanitari avrebbero continuato a sostenere che era sufficiente cambiare le medicazioni.

Nella denuncia, dunque, non si punta il dito sull’operato dell’equipe chirurgica bensì sulla successiva assistenza prestata alla paziente nei reparti Chirurgia e Medicina Generale dove il personale, in base alle accuse dei parenti, avrebbe sottovalutato la gravità della situazione, sfociata in una setticemia che avrebbe determinato il decesso.

Sull’episodio è intervenuta la direzione generale dell’Asl Napoli 2, con una nota in cui si evidenzia come la vicenda sia al centro di un’inchiesta, con relativo sequestro delle cartelle cliniche, ma, fino ad oggi, non sia stato emesso alcun provvedimento a carico del personale o della struttura ospedaliera. 

Nel ricostruire l’accaduto l’Azienda sanitaria ribadisce che la paziente è stata operata in urgenza per un delicato intervento, in quanto era in atto un blocco intestinale. Più specificamente la patologia sofferta avrebbe costretto i chirurghi ad effettuare una stomia in un tratto alto dell’intestino, ovvero un’apertura intestinale direttamente all’esterno, mediante il posizionamento di una “borsetta”. Una soluzione chirurgica che “in alcuni casi e per alcuni pazienti particolarmente deboli come la signora, può determinare problemi di infezioni post-operatorie”. Tale eventualità sembrerebbe essersi verificata nel caso in esame, in quanto la paziente è stata riaccompagnata in pronto soccorso pochi giorni dopo le dimissioni per problematiche connesse alla ferita. Tuttavia, “nonostante le cure prestate nel reparto di Medicina del Santa Maria delle Grazie – in quanto la Chirurgia non aveva posti letto a disposizione – date le precarie condizioni della paziente, medici e infermieri non sono riusciti a far fronte alle conseguenze dell’intervento”.

“Per valutare un caso come questo – afferma il direttore generale dell’Azienda sanitaria Antonio d’Amore, è fondamentale avere il lucido distacco per distinguere eventuali mancanze assistenziali dai naturali pericoli connessi alle terapie mediche e chirurgiche: esiste sempre un rischio connesso ad una pratica medico-chirurgica, dobbiamo accettarlo e considerarlo. Viceversa, potremmo finire col dissuadere i medici ad intervenire per tentare interventi salvavita in condizioni delicate”.

“L’ospedale Santa Maria delle Grazie – conclude la nota – è cresciuto in modo enorme per numero e complessità dei casi trattati, ciò implica che spesso si venga chiamati ad intervenire su pazienti con quadri clinici complessi. Come medici siamo chiamati ad intervenire, ma non possiamo essere accusati di malasanità quando i miracoli non riescono”.

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