Respinto il ricorso di un finto avvocato, condannato per esercizio abusivo di una professione, che chiedeva l’applicazione della causa di punibilità prevista dall’articolo 131-bis del codice penale

Con la sentenza n. 52619/2018 la Cassazione si è pronunciata sul ricorso presentato da un uomo condannato per esercizio abusivo di una professione. In particolare l’imputato, secondo l’accusa, fingendosi avvocato, si era avvalso di una struttura nella quale esercitava la professione legale. L’ufficio “con scrivanie, una stampante e un computer”, presentava un’insegna esterna nonché timbri e biglietti da visita.

Il finto legale era stato denunciato da un cliente che, fidandosi, lo aveva incaricato di effettuare diversi recuperi crediti nei confronti di clienti morosi. A tal fine gli aveva consegnato tutta la relativa documentazione.

Nell’impugnare la sentenza di merito il ricorrente deduceva che il mandato rilasciato dalla persona offesa, non prevedeva lo svolgimento dell’attività tipica della professione forense.  L’imputato si era limitato alla “semplice predisposizione ed invio (probabilmente neppure avvenuto) di comunicazioni ai debitori”. In ogni caso, si era trattato di un unico episodio, “circostanza incompatibile con l’esercizio continuativo, sistematico ed organizzato dell’attività professionale”.

Per la Cassazione, tuttavia, la stessa giurisprudenza di legittimità chiarisce che “concreta esercizio abusivo di una professione” anche il compimento senza titolo di atti che, pur non attribuiti singolarmente in via esclusiva, siano univocamente individuati come di competenza specifica di una data professione. Ciò allorché lo stesso compimento venga realizzato con modalità tali da creare le oggettive apparenze di un’attività professionale svolta da soggetto regolarmente abilitato.

Nel caso di specie tali elementi fattuali erano tutti sussistenti: numero di pratiche, continuatività, organizzazione sia pure minimale dell’attività professionale, natura dell’accordo. Quest’ultimo “prevedeva un utile del 20% su ogni pratica andata a buon fine”. Da qui la decisione di rigettare la censura, in quanto manifestamente infondata.

Respinta anche la censura relativa alla mancata esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto.

La causa di non punibilità prevista dall’art. 131-bis del codice penale – chiariscono dal Palazzaccio – non può essere dichiarata con riferimento al reato di abusivo esercizio di una professione. Tale delitto presuppone infatti una condotta che, in quanto connotata da ripetitività, continuità o, comunque, dalla pluralità degli atti tipici, è di per sé ostativa al riconoscimento della causa di non punibilità.

 

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