Respinto il ricorso di un automobilista che chiedeva il risarcimento per le lesioni riportate in un sinistro attribuibile al fondo bagnato nonché alla condotta colposa di un veicolo antagonista rimasto non identificato

Aveva convenuto in giudizio la compagnia assicurativa designata dal fondo di garanzia per le Vittime della Strada, chiedendone la condanna al risarcimento dei danni per le lesioni subite a causa del sinistro stradale avvenuto allorché, alla guida della sua auto, incrociava una vettura proveniente dal senso opposto di marcia che lo abbagliava e invadeva la sua corsia. L’attore sosteneva che, nel tentativo di evitare l’impatto, aveva perso il controllo del mezzo a causa anche del fondo bagnato, cosicché usciva fuori dalla carreggiata, ribaltandosi e schiantandosi contro il muretto che l’affiancava; invece, l’auto responsabile dell’accaduto procedeva la sua corsa senza fermarsi.

Il Tribunale aveva accolto la domanda attorea condannando la convenuta al risarcimento del danno, oltre spese di lite e di CTU. La Corte territoriale, in accoglimento dell’appello, aveva invece rigettato la domanda risarcitoria, condannando l’automobilista al pagamento delle spese del doppio grado di giudizio. In particolare, la Corte territoriale aveva ritenuto che non vi fossero risultanze istruttorie che consentissero di ritenere raggiunta la prova dell’avverarsi del sinistro a causa della condotta dolosa o colposa, nemmeno in via concorrenziale, del conducente di un’altra auto rimasta sconosciuta, ragionando anche sul rilievo che l’attore, nell’immediatezza dei fatti, non aveva addebitato l’occorso alla condotta di un’auto pirata, di cui non aveva fatto menzione sia nel verbale del Pronto Soccorso, che nel verbale dei Carabinieri intervenuti.

Nel rivolgersi alla Suprema Corte, il ricorrente deduceva che il giudice di secondo grado avrebbe disatteso la testimonianza di una teste, escludendone il valore di prova testimoniale, anche quale presunzione semplice in una con le altre già presenti in atti e parimenti gravi, precise e concordanti quali, a titolo esemplificativo, la CTU cinematica. Di contro, la Corte avrebbe erroneamente dato rilievo eccessivo all’omessa menzione dell’auto pirata da parte dell’attore nel verbale del PS redatto nell’immediatezza del sinistro.

Inoltre, denunciava che nella motivazione della sentenza non veniva menzionato il rilievo della CTU cinematica, sostituito da presunzioni semplici di senso opposto, alcune delle quali non comparivano nelle prospettazioni di parte appellante. Di contro, la CTU tecnica avrebbe fornito una esaustiva spiegazione della dinamica del sinistro escludendo la riconducibilità dell’evento accidentale ad elementi ulteriori ritenuti inconferenti nella fattispecie. Sul punto, la Corte del gravame avrebbe violato l’obbligo di motivare il suo dissenso rispetto alle conclusioni dell’elaborato peritale.

La Cassazione, con l’ordinanza n. 23806/2021 ha tuttavia ritenuto di non aderire alle argomentazioni proposte.

In tema di ricorso per cassazione, sono inammissibili, per violazione dell’art. 366, comma 1, n. 6, c.p.c., le censure fondate su atti e documenti del giudizio di merito qualora il ricorrente si limiti a richiamare tali atti e documenti, senza riprodurli nel ricorso ovvero, laddove riprodotti, senza fornire puntuali indicazioni necessarie alla loro individuazione con riferimento alla sequenza dello svolgimento del processo inerente alla loro documentazione, come pervenuta presso la Corte di cassazione, al fine di renderne possibile l’esame, ovvero ancora senza precisarne la collocazione nel fascicolo di ufficio o in quello di parte e la loro acquisizione o produzione in sede di giudizio di legittimità.

Nel caso in esame, al di là dell’epigrafe dei motivi, il ricorrente lamentava il vizio di motivazione della sentenza impugnata per il tramite del confronto con le risultanze di causa che – purché nei limiti della nuova formulazione dell’art. 360, primo comma, n. 5, cod. proc. civ. e, dunque, entro il ristretto ambito del sindacato della S.C. sul rispetto della soglia del “minimo costituzionale” – di necessità avrebbe dovuto essere mediato attraverso gli opportuni riferimenti agli atti citati nel ricorso: id est, CTU cinematica, testimonianza, verbale del PS, verbale dei Carabinieri. Per converso, non solo mancava la trascrizione degli atti processuali, quantomeno nei termini essenziali, e la loro localizzazione, nel fascicolo di ufficio o di parte, anche per come pervenuti dinanzi alla Corte, ma addirittura non si rinveniva alcuna indicazione circa il loro contenuto, anche minimo, al punto che le doglianze spiegate nei confronti della sentenza impugnata risultavano del tutto oscure.

In ogni caso, si trattava di censure relative al giudizio di fatto, come tale incensurabile in sede di legittimità. Per quanto riguarda, poi la testimonianza resa, la sentenza dimostrava di averla, invece, considerata come non decisiva quanto al contenuto, generico, delle dichiarazioni rese, e quindi non costituiva una risultanza omessa ex art. 360, primo comma, n. 5 cod. proc. civ., ma diversamente valutata.

La redazione giuridica 

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