E’ reato non fornire le proprie generalità a chi esercita le pubbliche funzioni, anche in caso di estraneità ai fatti che ne hanno determinato l’intervento

Era finita a giudizio per essersi rifiutata di dare indicazioni sulla propria identità personale agli agenti di polizia locale nell’esercizio delle loro funzioni. In promo grado il Tribunale aveva assolto l’imputata con la formula perché il fatto non costituisce reato. Secondo la ricostruzione esposta in sentenza i vigili erano intervenuti a seguito di una segnalazione di disturbo alla quiete pubblica e stavano procedendo all’identificazione dei presenti. La donna, estranea ai fatti che avevano determinato l’intervento, aveva cominciato ad inveire nei confronti delle persone presenti. Richiesta di fornire le proprie generalità, si era rifiutata allontanandosi, ma subito dopo era ritornata sui suoi passi e aveva ripreso “l’azione di disturbo”. Gli operanti le avevano nuovamente e ripetutamente richiesto di fornire indicazioni sulla propria identità, ma la donna aveva opposto un ostinato rifiuto, assumendo “un atteggiamento di sfida”.

Pur essendo incontroversa la condotta omissiva della prevenuta alla insistita richiesta di dichiarare le generalità, il Tribunale aveva osservato che la fattispecie penale contestata non poteva ritenersi integrata, non sussistendo nel caso di specie nessuna necessità di tutela dell’ordine pubblico. Gli agenti, infatti, erano impegnati in attività che non interessava direttamente l’imputata e la donna non aveva commesso alcunché di illecito; anzi, la circostanza che ella, estranea ai fatti, avesse inveito contro le persone che gli agenti stavano controllando, portava ragionevolmente ad escludere consapevolezza e volontà di intralciare l’attività della pubblica autorità.

Contro la pronuncia del Giudice di prime cure proponeva appello il Procuratore generale presso la Corte di appello, denunciando inosservanza o erronea applicazione della legge penale in relazione all’art. 651 cod. pen. e vizio di motivazione.

Stando alla ricostruzione in fatto operata dallo stesso Tribunale, l’intervento degli agenti era stato necessitato dalla segnalazione di condotte di disturbo alla quiete pubblica, sicché era erronea – a giudizio del ricorrente – l’affermazione che, nel caso in esame “non vi era la necessità di tutela dell’ordine pubblico”. L’atteggiamento dell’imputata e le sue ripetute invettive avevano sortito l’effetto di creare ulteriore confusione, da cui la piena legittimità della richiesta di fornire le generalità, avanzata e reiterata dagli operanti. Il rifiuto opposto con le segnalate modalità di sfida – eccepiva il Procuratore – dava ragione, infine, di una condotta omissiva consapevole e volontaria, pur essendo sufficiente la sola colpa ad integrare l’elemento soggettivo del reato.

Per la Cassazione, che si è pronunciata sul caso con la sentenza n. 13731/2020 il ricorso  è fondato

Secondo la giurisprudenza di legittimità – sottolineano dal Palazzaccio – , la ratio della fattispecie incriminatrice in esame è quella di salvaguardare l’esigenza di consentire al pubblico ufficiale una pronta e compiuta identificazione del soggetto in circostanze d’interesse generale, e allo scopo precipuo di evitare intralci all’attività di soggetti istituzionalmente preposti all’assolvimento di compiti di prevenzione, di accertamento o repressione dei reati, o di semplice garanzia della quiete pubblica.

Per la configurazione del reato è poi necessario che il soggetto che richieda ad altri di fornire le sue generalità, eserciti in concreto le pubbliche funzioni.

La potestà del pubblico ufficiale di richiedere indicazioni sulla identità personale, sullo stato o su altre qualità personali, non è circoscritta alla ipotesi che il soggetto attivo della contravvenzione sia responsabile di un reato o di un illecito amministrativo; la norma non richiede nessun presupposto di necessità della richiesta di indicazione, ma solo la contingenza dell’esercizio delle pubbliche funzioni e il sindacato del giudice sulla legittimità della richiesta può e deve investire la sussistenza della qualifica soggettiva e della competenza del richiedente e l’effettivo e concreto esercizio delle funzioni, ma non la discrezionalità della concreta iniziativa del pubblico ufficiale in relazione alla causa della richiesta.

Nel caso in esame, il provvedimento impugnato non si era attenuto a tale principio, avendo escluso: che nel frangente fossero configurabili esigenze di ordine pubblico; che l’imputata fosse tenuta a fornire le proprie generalità, in quanto gli operanti erano impegnati in un’attività che non l’interessava direttamente; che la richiesta fosse legittima siccome non connessa alla contestazione di nessuna infrazione, non avendo l’imputata “commesso nulla di illecito”.

La redazione giuridica

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