La Cassazione si è pronunciata sul ricorso di un automobilista che aveva investito un pedone, soffermandosi sull’interpretazione dell’art. 189 del codice della strada

Con la sentenza n. 9212/2020 la Suprema Corte di Cassazione si è pronunciata su una questione relativa  alla configurabilità del reato di fuga dopo un incidente previsto dall’art. 189, comma 6, del codice della strada (d.Igs. n. 285/1992, n. 285). Nel caso esaminato, l’imputato era condannato in sede di merito per essersi allontanato dopo avere investito, essendo alla guida di un’auto senza copertura assicurativa, un pedone che aveva riportato, in conseguenza dell’impatto, lesioni giudicate guaribili in venticinque giorni.

Nel ricorrere per cassazione l’automobilista eccepiva che la Corte di appello avesse errato nel ritenere configurabile il reato. Nello specifico, evidenziava che dopo l’incidente – come accertato dai giudici – si era fermato e aveva atteso i soccorsi, allontanandosi solo dopo che l’ambulanza del “118” aveva condotto via la persona offesa. A suo giudizio  gli obblighi sanzionati penalmente dalla normativa in materia, sono solo quelli, rispettivamente, di fermarsi e soccorrere feriti, mentre l’obbligo di fornire le proprie generalità e le informazioni utili ai fini risarcitori sarebbe assistito da mera sanzione amministrativa ex art. 189, comma 9, del codice della strada. Pertanto, la propria condotta, avrebbe avuto solamente rilievo amministrativo e non penale.

I Giudici Ermellini hanno ritenuto di aderire alle argomentazioni proposte, accogliendo il ricorso in quanto fondato.

La Cassazione, nello specifico, ha chiarito che “affinchè la previsione di cui al D.Lgs. n. 285 del 1992, art. 189, comma 6, che impone all’utente della strada, in caso di incidente con danno alle persone ricollegabile al suo comportamento, di fermarsi, abbia un senso, essa deve essere interpretata non già formalisticamente ma teleologicamente, con riguardo, cioè, allo scopo che il legislatore si prefigge, che è quello di far sì che il destinatario del precetto, in primo luogo, si fermi per rendersi conto dell’accaduto, inoltre eventualmente per mettersi in condizione di prestare assistenza ai feriti (art. 189 C.d.S., comma 7, costituente sviluppo logico-cronologico del comma precedente) e, comunque, per poter essere identificato nella prospettiva di eventuali azioni risarcitorie e/o di compiuta ricostruzione dell’accaduto; ciò, naturalmente, ove sia possibile”. Con la conseguenza che ottempererebbe soltanto formalisticamente, ma non realmente, colui che, pur fermatosi, mantenga, tuttavia, un atteggiamento ostile alla identificazione o concretamente impeditivo o elusivo ovvero colui che si fermi solo momentaneamente, per poi ripartire.

Così come, per converso, non rispetterebbe il precetto dell’art. 189, comma 6, del codice della strada, che impone di “fermarsi” ma non si esaurisce in ciò, ad esempio, colui che non si fermi ma prosegua la marcia pur gettando dal finestrino dell’auto il proprio biglietto da visita recante le indicazioni utili alla sua completa identificazione o che si allontani dal luogo dell’incidente pur essendo stato esattamente individuato, senza incertezze, da uno o più testimoni oculari ovvero ancora colui la cui immagine e la targa del mezzo siano state efficacemente videoriprese, sì da rendere, nel concreto contesto, estremamente agevole la compiuta identificazione dell’agente.

Al proposito, dal Palazzaccio hanno rilevato che l’accertamento dei giudici di merito non era stato completo. In particolare, non era stato appurato se vi fossero state altre persone cui l’imputato avrebbe potuto lasciare i propri dati, posto che, in tal caso, non sarebbe stata esigibile un’attesa senza termine dell’eventuale arrivo sul posto degli operatori di Polizia stradale.

La redazione giuridica

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