Induratio penis plastica (IPP): terapia errata e omesso consenso informato (Tribunale Modena, sez. II,  dep. 24/05/2022, n.668).

Induratio penis plastica (IPP) sofferta dal paziente che contesta terapia errata e omesso consenso informato.

La vertenza viene preceduta da ATP e il paziente deduce due profili di responsabilità:

– da un lato, gli sarebbe stata prescritta una terapia errata per la induratio penis plastica, perché fondata su diagnosi incompleta, causandogli danni;

– dall’altro, non sarebbe stato esaurientemente informato sui rischi connessi alla terapia prescritta, e sull’esistenza di alternative praticabili.

Per quanto concerne il primo profili, in sede di ATP è stato accertato:

“1. Il ricorrente al momento della visita del 20 novembre 2010 ed alla terapia ivi prescritta era affetto da Induratio Penis Plastica (IPP) o Malattia di La Peyronie termini sinonimi ad indicare la stessa malattia in fase infiammatoria iniziale. 2. La condotta professionale del Medico è stata conforme a quelle che erano le pratiche terapeutiche all’epoca in cui si svolsero i fatti, in cui le iniezioni intra e periplacca, anche con corticosteroidi facevano parte dei trattamenti previsti per l’IPP. 3. Non si evidenziano nella somministrazione di tale terapia iniettiva errori, omissioni o negligenze in danno del ricorrente. 4. Il Paziente non ha comunque riportato pregiudizio alcuno nella progressione della patologia di induratio penis plastica sofferta da parte di tale terapia, né si può escludere che gli eventi successivi all’intervento terapeutico del Sanitario non siano semplicemente parte della storia naturale di questa condizione.”

In risposta alle note critiche i CTU precisavano: “’Si ritiene che ogni considerazione relativa all’esito di una terapia debba necessariamente fondarsi su tre presupposti: 1) L’aderenza a quanto indicato nelle linee-guida dell’epoca o, in assenza di queste, la conformità alla comune pratica clinica di quel periodo. 2) L’evidenza scientifica presente in letteratura. 3) La storia clinica della malattia. La nostra relazione clinica, nonostante citi che in linea teorica alla terapia iniettiva locale può seguire una riparazione fibroblastica, espone chiaramente i tre punti richiamati segnalando anche le fonti bibliografiche: 1) Le linee guida del periodo lasciavano uno spazio per il trattamento infiltrativo locale. 2) L’evidenza scientifica, seppur limitata, evidenzia proprio nell’effetto meccanico delle iniezioni intraplacca il più probabile determinante del miglioramento clinico. 3) La malattia è imprevedibile, a lunghe fasi di remissione o stabilità possono far seguito periodi di riattivazione del processo fibroblastico”.

Invece, l’attore  sostiene che la terapia cortisonica è stata prescritta a fronte di un percorso diagnostico decisamente incompleto; che, pur in presenza di tale errore, la storia clinica rendeva indicata unicamente terapia farmacologica sistemica con vitamina E, con stretto monitoraggio clinico a 3-6 mesi, previa esecuzione di ecografia peniena di controllo; che pertanto il peggioramento occorso della induratio penis plastica sia esclusivamente da riferire ad errata indicazione ed esecuzione della terapia infiltrativa, essendo del tutto incompatibile l’evoluzione della malattia così come documentata, soprattutto in assenza di un corretto inquadramento diagnostico di stadio.

L’allegazione è, pertanto, univocamente nel senso che il quadro clinico sarebbe peggiorato a causa delle terapie praticate.

Ebbene, le deduzioni del CTP, non sono in grado di contrastare le ragioni compiutamente esposte nella relazione di CTU per affermare che il peggioramento del quadro clinico non è ricollegabile sul piano causale alle terapie praticate in misura tale da renderla evenienza più probabile del suo contrario.

Condividendo il Tribunale le conclusioni del collegio peritale, ne consegue il difetto di prova del nesso di causalità fra condotta commissiva addebitata al convenuto e i danni.

Sulla carenza informativa, il convenuto non ha provato, né offerto di provare, di aver reso al paziente una corretta ed esaustiva informazione, necessariamente estesa alle alternative praticabili ed alla portata dei possibili e probabili risultati conseguibili nonché delle implicazioni verificabili.

Può dirsi quindi certo il dato della mancanza di un valido consenso del paziente alle terapie prescrittegli dal convenuto.

Allo stesso tempo, però, se il danno non è casualmente riferibile all’atto medico, non potrà essere ricondotto al difetto informativo, perché l’alternativa lecita presunta, ovvero il rifiuto della terapia da parte del paziente, avrebbe soltanto evitato tale prestazione sanitaria che però, in concreto, non può ritenersi causa del danno lamentato dall’attore.

Quanto alle conseguenze della violazione del principio di autodeterminazione diverse dal danno biologico conseguito ad un intervento inesattamente eseguito, gli altri e diversi danni di natura non patrimoniale non incidenti sulla capacità psicofisica o di natura patrimoniale, non risultano allegati.

La domanda viene pertanto rigettata e l’attore viene condannato a rifondere alla controparte le spese di giudizio liquidate in complessivi euro 16.429,5 oltre spese generali e accessori.

Avv. Emanuela Foligno

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