Le infezioni nosocomiali continuano a mietere ogni anno più vittime degli incidenti stradali. Si stima che ogni anno muoiano per questa causa circa 4 mila persone

Possiamo definire le infezioni nosocomiali, o ospedaliere, ogni episodio infettivo contratto da un paziente  o un dipendente a causa della permanenza o dell’attività lavorativa in ambiente ospedaliero. L’eziologia di tale infezione, sia essa virale, batterica, fungina, non modifica la caratteristica di “nosocomiale” in quanto questa tipologia di infezione è collegata esclusivamente al fatto di non essere presente al  momento dei ricovero e di essere stato contratta sicuramente in ambiente ospedaliero. Non esiste un’unica modalità di contagio né un’unica tipologia di ambienti a rischio. Tale problematica  è direttamente legata al livello di rischio biologico presente nei singoli ambienti di lavoro o di ricovero, alle singole procedure assistenziali, alle procedure diagnostiche e terapeutiche messe in atto o cui si è sottoposti ed alle patologie concomitanti.

Una corretta analisi dei rischio biologico e l’adozione di appropriate procedure permettono di prevenire e controllare tale fenomeno che si evidenzia attraverso un indicatore diretto quale appunto l’infezione ospedaliera. Sicuramente il messaggio più importante è quello di cominciare a pensare alle infezioni non solo come evento legato alla ospedalizzazione, ma come l’effetto diretto di una scorretta o scadente qualità nelle procedure medico-sanitarie. In questo senso l’infezione non legata al luogo ma alla procedura, non è più solo “dell’ospedale” ma di ogni Operatore Sanitario sia esso ospedaliero o di altre strutture sanitarie che territoriale.

Le infezioni nosocomiali sono infezioni che insorgono durante il ricovero in una struttura ospedaliera o in alcuni casi dopo che il paziente è stato dimesso e che non erano manifeste clinicamente, né in incubazione al momento dell’ammissione. L’incidenza delle infezioni ospedaliere varia dal 5 al 10%. Sono segnalate soprattutto infezioni delle vie urinarie, delle ferite chirurgiche e polmoniti.

In Italia in molte strutture ospedaliere la prevenzione delle infezioni ospedaliere non viene praticata, nemmeno per gli eventi che accadono durante la degenza.

In altre nazioni, dove tali complicanze sono sotto stretto controllo, è stato osservato che si hanno notevoli ripercussioni economiche. Queste non riguardano solo l’ospedale, ma il SSN (l’assistenza extraospedaliera, la riabilitazione), la società (perdita di produttività) e per la famiglia (perdita di reddito e costi legati all’assistenza del soggetto). In Italia il medico di famiglia, soprattutto post-dimissioni, è il primo filtro dell’assistenza sanitaria. E’ quindi importante coinvolgere nel follow-up clinico tale figura professionale.

La prevenzione, il controllo e la corretta gestione delle infezioni ospedaliere si posizionano sempre di più come obiettivi di grande rilievo in ogni fase di progettazione sanitaria. Gli investimenti in questo settore, se ben gestiti, possono dare buoni frutti. Il 30% delle infezioni sono prevedibili: ogni anno si potrebbero evitare tra le 130.000 e le 200.000 infezioni con il relativo 1% di decessi.

Dati i costi di prevenzione eccessivamente alti, ci si chiede, pertanto, in che ambito collocare l’infezione nosocomiale: negligenza o convenienza?

Le strutture sanitarie preferiscono investire nel risk managament o nella prevenzione, come dovrebbe essere, con misure mirate alla sanificazione degli ambienti ospedalieri?

La recente riforma della responsabilità medica, la Legge Gelli-Bianco n.24/17, non contiene nessuna misura idonea a contrastare questa piaga. Anzi, spesso si  nega ai danneggiati l’accesso alla documentazione inerente l’adozione, da parte degli ospedali, delle misure di prevenzione. Dunque in futuro avremo altre sentenze di condanna nei confronti delle strutture sanitarie, con un doppio danno per le vittime: l’esposizione a gravi lutti ed indeterminabili processi.

Avv. Benito De Siero

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