Dopo aver dichiarato l’illegittimità del licenziamento, i giudici hanno riconosciuto al lavoratore anche il diritto al risarcimento di una componente di danno morale, derivante dal ritardo nell’esecuzione, da parte del datore di lavoro, dell’ordine giudiziale di reintegra

La vicenda

Nel novembre del 1989 la società datrice di lavoro licenziava una propria dipendente. Tale licenziamento fu dichiarato illegittimo dal pretore del lavoro nel 1995 con sentenza confermata in appello e poi, in Cassazione, nel 2001.

Soltanto nel 2003 la società reintegrava la lavoratrice costringendola, nel frattempo, ad agire più volte in giudizio anche al fine di ottenere il pagamento delle retribuzioni maturate dalla data del recesso; e nel 2014 la Corte d’appello di Catania la condannava a corrispondere alla predetta lavoratrice la somma di 58.719,00 oltre accessori a titolo di ristoro del danno non patrimoniale sofferto a causa della illegittima condotta datoriale.

Nel regime di tutela reale di cui all’art. 18, L. n. 300/1970 all’epoca vigente, la predeterminazione legale del danno risarcibile in favore del lavoratore non escludeva, infatti, la possibilità per quest’ultimo di chiedere il risarcimento dei danni ulteriori derivati dal ritardo nella reintegra.

La Sezione Lavoro della Cassazione (sentenza n. 25690/2019) ha confermato la pronuncia della corte siciliana, non ravvisando alcuna violazione di legge o vizio di motivazione.

Nella liquidazione del danno non patrimoniale derivato dalla condotta datoriale (“danni che sarebbero stati facilmente evitabili proprio attraverso un pronto adempimento del provvedimento di reintegrazione nel posto di lavoro”) i giudici dell’appello si erano conformati all’orientamento consolidato di legittimità, richiamando espressamente la pronuncia delle Sezioni Unite n. 26972/2008 e considerando incluse nella categoria del danno non patrimoniale le voci di danno biologico, morale ed esistenziale.

Nel caso in esame, la sentenza impugnata aveva ritenuto dimostrato, oltre al danno alla salute psicofisica, comprensivo della “situazione di stress e perdita di fiducia … attestata dalla documentazione medica e dalle relazioni di consulenza”, una componente di danno definibile come “morale” per la “situazione di ulteriore mortificazione e compromissione della dignità della persona della lavoratrice così privata, nonostante l’ordine giudiziale, della possibilità di reinserirsi prontamente nel mondo lavorativo … con l’evidente rischio anche di un logoramento della professionalità acquisita”. 

La personalizzazione del danno

Al fine di liquidare il danno biologico, la corte aveva proceduto utilizzando le tabelle del tribunale di Milano, cui la stessa Suprema Corte ha riconosciuto la valenza di parametro di conformità, applicando per il computo del danno morale, un aumento equitativo della quantificazione del danno biologico in termini di c.d. personalizzazione, attraverso i meccanismi tabellari.

È rimasto escluso, invece, il risarcimento del danno esistenziale per difetto di allegazioni e prove.

La redazione giuridica

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