Sussistenti alterazioni artrosico degenerative a carico delle articolazioni scapoloomerali nei cui confronti l’attività lavorativa di manutentore meccanico ha comportato un ruolo concausale nella evoluzione della malattia (Tribunale di Terni, Sez. Lavoro, Sentenza n. 318/2021 del 09/09/2021- RG n. 611/2019)

Con ricorso il ricorrente, premette: di aver prestato attività di operaio edile dal 1983 al 1993, dal 1997 mansioni di manutentore meccanico presso varie ditte e, dal 2002, di manutentore meccanico svolgendo l’attività lavorativa non solo presso l’officina aziendale ma anche all’interno delle acciaierie di Terni; che l’attività esercitata prevede la movimentazioni di parti meccaniche (carroponti, riduttori) di varia grandezza, il rimessaggio di carroponti e riduttori, il cambio ruote e freni dei carroponti, delle funi dei carroponti, la manutenzione di tutti i macchinari, sia per quanto riguarda la carpenteria che la meccanica, la saldatura di pezzi di carpenteria e di parti meccaniche di notevoli dimensioni (es. cilindri idraulici del peso di circa 150 Kg) utilizzando mole elettriche, avvitatori, martelli, cacciaviti; che lo svolgimento dell’attività lavorativa ha comportato la movimentazione manuale di carichi e l’esposizione a vibrazioni e movimenti ripetuti degli arti superiori, cagionando la malattia professionale “sindrome del sovraccarico biomeccanico della spalla-tendinite del sovraspinoso” di aver presentato domanda all’Inail di riconoscimento della derivazione causale della patologia dalle lavorazioni; che tuttavia l’Istituto ha rigettato le domande sostenendo l’inesistenza dell’esposizione a rischio.

Il lavoratore, contesta tale valutazione affermando il nesso eziologico tra la malattia e l’attività lavorativa espletata e che dalla “”tendinopatia cronica bilaterale della cuffia dei rotatori e tenosinovite cronica bilaterale del CLBB ” ne è derivata una invalidità del 16 %, da cumularsi con pregresse menomazioni già riconosciute in via amministrativa dall’Istituto .

L’Inail, costituendosi in giudizio, deduce l’infondatezza del ricorso, stante l’assenza di esposizione al rischio lavorativo; in particolare sostiene che la malattia in questione doveva ritenersi malattia ad eziologia multifattoriale, e che l’onere di dimostrare l’eziologia professionale è ad esclusivo carico del ricorrente il quale tuttavia non aveva assolto tale onere.

Vengono svolte prove testimoniali e CTU Medico-Legale e, esaurita la fase istruttoria, il Giudice ritiene la domanda fondata.

In materia di malattia professionale il d.p.r. 30 giugno 1965 n. 1124 prevede che l’assicurazione obbligatoria comprenda le patologie contratte nell’esercizio e a causa dell’attività lavorativa indicata nelle tabelle allegate all’art. 4 (art. 3).

La Corte Costituzionale, con sentenza 18 febbraio 1988 n. 179, ha dichiarato costituzionalmente illegittima la norma nella parte in cui non prevede che l’assicurazione contro le malattie professionali sia obbligatoria anche per le malattie diverse da quelle comprese nell’indicata tabella, purché si tratti di malattie delle quali sia comunque provata la causa di lavoro.

In tal caso le previdenze dell’assicurazione consistono in una rendita per l’inabilità permanente (art. 66), purché riduca la capacità lavorativa dell’assicurato in misura superiore al 10% (art. 74, così come modificato in conseguenza della sentenza della Corte Costituzionale 24 maggio 1977 n. 93).

Per le malattie professionali denunciate a decorrere dal 25 luglio 2000 la disciplina della rendita per l’inabilità permanente è stata modificata dal d. lgs. 23 febbraio 2000 n. 38 il cui art. 13 ha disposto un indennizzo per il danno biologico purché riduca la capacità lavorativa dell’assicurato in misura pari o superiore al 6%; l’indennizzo è rapportato al grado di inabilità accertato ed è erogato in capitale per le menomazioni inferiori al 16%, in rendita per le menomazioni pari o superiori al 16%; qualora la menomazione subita sia pari o superiore al 16% viene erogata una ulteriore quota di rendita commisurata al grado della menomazione, alla retribuzione dell’assicurato e a d un coefficiente previsto nell’apposita tabella.

Ciò premesso, l’Inail in sede amministrativa ha archiviato la pratica di riconoscimento della malattia professionale denunciata dalla parte ricorrente ritenendo assente l’esposizione al rischio lavorativo.

In tema di malattia professionale derivante da lavorazione non tabellata la prova della derivazione della malattia da causa di lavoro grava sul lavoratore e deve essere valutata in termini di ragionevole certezza, nel senso che, esclusa la rilevanza della mera possibilità dell’origine professionale, questa può essere invece ravvisata in presenza di un elevato grado di probabilità (cfr. Cass. 8 ottobre 2007, n. 21021; 21 giugno 2006, n.14308; 1 marzo 2006, n. 4520; 11 giugno 2004, n. 11128; 25 maggio 2004, n. 10042).

Dall’istruttoria svolta è emersa la sussistenza del nesso eziologico tra l’attività lavorativa espletata dalla parte ricorrente di operaio manutentore e la malattia denunciata all’Istituto ” tendinopatia cronica bilaterale della cuffia dei rotatori e tenosinovite cronica bilaterale del CLBB “, nei termini di ragionevole certezza.

Le mansioni lavorative svolte dal ricorrente sono state confermate dai testi escussi e non specificatamente contestate dall’Istituto.

In particolare, uno dei testi, ha riferito: ” Entrambi siamo stati impiegati come manutentori di macchinari industriali (carroponti e anche carpenteria) ” e riguardo alle mansioni espletate ha dichiarato ” Venivano sostituiti dal ricorrente i freni dei carroponti (del peso di circa kg.15) oppure le ruote (dal peso di circa 20 Kg.); il trasporto di tali pezzi veniva effettuato o dal solo ricorrente o in coppia, lavorando sempre in altezza di circa dieci metri non meno. I riduttori venivano sollevati con una gru, però durante la sostituzione sul carroponte era necessario svitare bulloni di grandi dimensioni e forzare con un martello. Anche l’attrezzatura pesava e veniva trasportata a mano … gli attrezzi venivano usati abitualmente e trasportati a spalla (il peso degli attrezzi nella borsa da lavoro poteva arrivare a 20 chili) e ogni operaio aveva la sua … il ricorrente aggiustava le turbine delle centrali idroelettriche con utilizzo delle mole elettriche e ad aria per tutto il turno di lavoro.”

Il teste ha, infine, confermato l’utilizzo abituale da parte del ricorrente della strumentazione indicata in ricorso per tutto il turno di lavoro di 8 ore per 5/6 giorni la settimana.

Confermata dalle prove orali la movimentazione manuale di carichi in maniera abituale e l’esposizione frequente a vibrazioni e movimenti ripetuti a carico degli arti superiori e quindi la verosimile esposizione al rischio di contrarre la patologia denunciata veniva disposta consulenza medico legale.

Il CTU ha accertato che la parte ricorrente è affetta da “da sindrome da conflitto bilaterale di spalla”.

Il CTU ha spiegato che “nella fattispecie trattasi di un soggetto con alterazioni artrosico degenerative a carico delle articolazioni scapoloomerali ( vedasi esame RM del 31/5/2019) nei cui confronti l’attività lavorativa svolta ha indubbiamente comportato un ruolo concausale nella evoluzione della malattia, nel senso di una più precoce e/o maggior gravità di comparsa delle manifestazioni anatomo – cliniche, e l’infermità denunciata può qualificarsi giuridicamente come malattia professionale…….Prendendo come riferimento le previsioni tabellari contenute nel Decreto Ministeriale del 12 luglio 2000, segnatamente la voce n. 223 (“Anchilosi completa dell’articolazione scapolo -omerale con arto in posizione favorevole: d.25%; n.d. 20%”), ricomprendendo in questa voce anche il danno anatomico e la sintomatologia dolorosa, ed in considerazione della bilateralità della localizzazione e del deficit funzionale, il danno biologico è nella misura del 12%, a decorrere dalla data della denuncia di malattia professionale……Quanto al preesistente danno biologico del 17% , la valutazione dei danni plurimi policroni, secondo il D. Lgs. 38/2000, mantiene la metodologia prevista rispettivamente dal quarto comma dell’art.78 e dal primo comma dell’art.80 del T.U. 1124/65 …….giungendo ad una valutazione complessiva del danno biologico attuale, ex D. Lgs. 38/2000, nella misura del 27%.”

Il Giudice, attesa anche la non contestazione delle parti, condivide appieno le risultanze della CTU e dichiara accertato il grado di invalidità nella misura del 27%, cui consegue il diritto a un indennizzo erogato in rendita ai sensi dell’art. 13, comma 2° lett. ‘a’ e lett. ‘b’, del d. lgs. n. 38 del 2000 con decorrenza dalla data di presentazione della domanda amministrativa.

Sulla somma da corrispondere è dovuta la maggior somma tra interessi legali e rivalutazione monetaria dal 121° giorno successivo alla domanda amministrativa fino al saldo.

Pertanto, il Giudice del Lavoro, condanna l’Istituto a corrispondere in favore della parte ricorrente un indennizzo erogato in rendita ai sensi dell’art.13, lettere a) e b), comma secondo, d. lgs. 23 febbraio 2000 n. 38 per malattia professionale consistente in ” sindrome da conflitto bilaterale di spalla ” in ragione di una percentuale di danno biologico complessivamente pari al 27% (effettuato il cumulo con pregressa menomazione già riconosciuta), oltre alla maggior somma tra interessi legali e rivalutazione monetaria dal 121° giorno successivo alla domanda amministrativa fino al saldo.

Condanna, inoltre, l’Inail al pagamento in favore della parte ricorrente delle spese processuali liquidate in complessivi euro 1.800,00, oltre spese e accessori, e al pagamento delle spese di CTU.

Avv. Emanuela Foligno

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