Il medico è accusato di omicidio colposo in relazione al decesso di una paziente morta nel 2016 per un melanoma nodulare invasivo non diagnosticato

E’ in corso a Torino il processo a carico di un medico dermatologo di un centro polispecialistico privato, finito a giudizio per omicidio colposo in seguito al decesso di una paziente morta nel dicembre del 2016 per un melanoma nodulare invasivo non diagnosticato.

Come ricostruito dal Corriere della Sera la donna nel maggio del 2012 aveva scoperto un piccolo neo sul braccio destro e aveva deciso di sottoporsi a una visita dermatologica con il professionista imputato.  Questi – come riportato nel capo di imputazione – “nonostante si trattasse di recente insorgenza di aspetto pigmentato in soggetto anziano di 63 anni, non formulava alcun sospetto in ordine alla possibile natura maligna”. Il camice bianco, nel referto, parlava di “neo pigmentato” con “bordi regolari e colore omogeneo”  e prescriveva all’assistita una protezione antisolare “senza richiedere ulteriori controlli”.

Con il passare del tempo, però, il neo era cresciuto e aveva cominciato dare prurito.

La signora, nel novembre del 2014, era quindi tornata dal dermatologo che, anche in questa circostanza,  nonostante le dimensioni della macchia fossero triplicate,  non aveva ritenuto necessario eseguire una biopsia. A suo avviso si trattava di una “verruca seborroica”, ovvero una lesione benigna. Da li la prescrizione alla paziente di una crema da applicare  per lenire il fastidio.

L’anno successivo la situazione era precipitata. Il neo aveva iniziato a sanguinare e la donna si era rivolta a un’altra struttura sanitaria, dove lo svolgimento di una biopsia aveva svelato la presenza di un melanoma nodulare invasivo. Nel giro di pochi mesi, nonostante un intervento chirurgico e diversi cicli di radioterapia e chemioterapia, era sopraggiunto il decesso.

I familiari si erano quindi rivolti alla magistratura dando il via a un inchiesta che per due volte aveva visto il Pubblico ministero richiedere l’archiviazione del fascicolo.

Una perizia medico legale, infatti, pur riconoscendo la mancata diagnosi, non aveva evidenziato la certezza del nesso causale tra il presunto errore medico e la morte della paziente. Ciò anche a fronte di una consulenza di parte che sottolineava, invece,  come “la ritardata diagnosi abbia fatto scendere drammaticamente le possibilità di sopravvivenza della paziente”. Secondo l’esperto consultato dai parenti, “se la diagnosi fosse stata anticipata al novembre del 2014 (data della seconda visita) la signora avrebbe avuto elevate possibilità di sopravvivenza”.

In seguito alla seconda opposizione alla richiesta di archiviazione la Procura generale ha deciso di avocare l’inchiesta chiedendo il rinvio a giudizio del medico. Al professionista viene contestata, in particolare, una “condotta gravemente colposa in relazione alla mancata prescrizione di ulteriori controlli, all’errata diagnosi, e alla mancata prescrizione di tempestivi approfondimenti diagnostici”, costata la vita alla 63enne.

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