Viene riconosciuta la responsabilità di entrambe le Strutture per errata diagnosi di mioma uterino, induzione all’IVG e per inutile intervento chirurgico (Tribunale di Alessandria, Sentenza n. 750/2021 del 05/10/2021 RG n. 4960/2016-Repert. n. 1499/2021 del 05/10/2021)

Gli attori (coniugi) espongono, che la donna si trovava in stato di gravidanza alla sesta settimana + 2 giorni, si ricoverava presso l’Azienda convenuta per approfondimenti diagnostici all’esito dei quali veniva riscontrata la presenza in sede uterina di una formazione pelvica da riferire a fibroma uterino di notevoli dimensioni. All’esito della diagnosi, non compatibile con la prosecuzione della gravidanza, la sig.ra e il marito venivano avviati ad un percorso di counseling della coppia sui sospetti clinici e sulla possibile evoluzione della gravidanza, colloquio che si concludeva con la decisione della coppia di interrompere volontariamente la gravidanza, vista l’impossibilità di proseguirla in sicurezza attesa la presenza del voluminoso mioma uterino.

La donna veniva quindi dimessa con diagnosi di massa ematica da riferire a fibromatosi uterina, e le veniva anche rilasciato il certificato utile per ottenere interruzione volontaria della gravidanza, interruzione che veniva effettuata presso il medesimo nosocomio sette giorni dopo, il 13 luglio, dopo che era stata confermata la stessa diagnosi, anche a seguito di una nuova ecografia.

Anche nella lettera di dimissione dal secondo ricovero veniva confermata la diagnosi di mioma.

L’anno successivo e precisamente a settembre 2013 la paziente veniva ricoverata presso l’Ospedale di Casale Monferrato dove le veniva effettuata ulteriore ecografia, dopodiché, confermata la diagnosi inizialmente posta dai colleghi dell’Ospedale di Alessandria, i chirurghi del nosocomio di Casale procedevano ad intervento chirurgico di asportazione del fibroma uterino; senonché nel corso dell’intervento non si confermava tale diagnosi, ma la massa in questione veniva localizzata all’esterno dell’utero, coinvolgente le anse intestinali, e rilevata fissa, non pulsante.

Trattavasi in verità di voluminoso fecaloma che determinava la dislocazione a sinistra dell’utero e la compressione della vescica. La diagnosi intraoperatoria era poi confermata da visita specialistica, e il 18 settembre la paziente era dimessa con diagnosi di fecaloma.

La coppia agisce per il risarcimento del danno non patrimoniale subito a seguito del grave errore di diagnosi compiuto dai sanitari di entrambi i nosocomi, quelli di Alessandria per avere indotto la sig.ra a interrompere la gravidanza senza che in realtà ve ne fosse alcuna motivo, quelli di Casale Monferrato per avere eseguito, sia pure in parte, un intervento chirurgico che si era rivelato del tutto inutile.

Il giudizio viene preceduto da un ATP che escludeva la responsabilità del nosocomio di Alessandria – all’atto della dimissione durante il primo ricovero come risultava dalla cartella clinica e dalla relazione sul ricovero consegnata alla paziente era prescritta una visita di controllo da effettuarsi il successivo 9/7 e una risonanza magnetica programmata per il 13 luglio, ed entrambi tali accertamenti non venivano effettuati.

In sostanza, con la prima domanda entrambi gli attori, in qualità di genitori del feto asportato in sede di interruzione della gravidanza, fanno valere il loro diritto al risarcimento del danno per fatti occorsi nel 2012 presso l’Azienda ospedaliera di Alessandria, che è dunque la legittimata passiva in relazione a tale azione; con la seconda domanda la donna fa valere il diritto al risarcimento del danno biologico e morale subito per l’intervento chirurgico effettuato nel settembre 2013 (asportazione di un inesistente fibroma) presso l’unità Operativa di Ostetricia e Ginecologia dell’Ospedale Santo Spirito di Casale Monferrato, struttura priva di personalità giuridica per la quale risponde la ASL di Alessandria.

Per quanto riguarda la seconda domanda, quella azionata dalla sola donna, di risarcimento del danno alla salute derivatole dall’effettuazione di intervento di asportazione di un inesistente fibroma, la stessa viene accolta.

Infatti la responsabilità dei sanitari dell’ospedale di Casale Monferrato nell’eseguire un intervento chirurgico di asportazione di un fibroma a fronte di una diagnosi del tutto sbagliata, la cui erroneità fu scoperta solo durante l’intervento stesso è stata affermata senza possibilità di dubbio sin dalla prima Consulenza tecnica in sede di ATP dal CTU.

In tale sede il Consulente ha evidenziato che il ginecologo confermava, alla visita del 14 giugno 2013, l’errata diagnosi formulata un anno prima dai sanitari di Alessandria, asserendo che la massa addomino pelvica era un mioma e programmando un intervento chirurgico di asportazione dello stesso.

Ed ancora, nell’elaborato si legge: “Ci si riferisce in particolare all’ecografia del 12 settembre 2013, eseguita presso l’ospedale Santo Spirito il giorno prima dell’intervento , in cui non veniva riscontrata una massa riferibile ad un fibroma, ma al contrario una massa ” con apparente scarsa vascolarizzazione ” che ” non pare avere rapporti di continuità con l’utero ” e il cui referto concludeva affermando che la natura della formazione non si era potuta accertare….. l’esame ecografico, in base ai dati della letteratura, difficilmente può essere conclusivo nella diagnosi di fecaloma, ma ben poteva indurre elementi di sospetto circa l’effettiva presenza di un fibroma, in quanto adatto a definire il rapporto della massa sospetta con gli organi pelvici, in particolare con l’utero. In conclusione il referto dell’ecografia era in evidente contrasto con l’esame obiettivo preoperatorio eseguito dal ginecologo, che identificava senza dubbio la massa addomino -pelvica come corpo uterino deformato da mioma. Questa contraddizione avrebbe dovuto indurre un approfondimento diagnostico per esempio con richiesta di TC e consulenza proctologica. Il sanitario ha invece intrapreso l’intervento chirurgico programmato di miomectomia nonostante l’emergente dubbio diagnostico. Né era giustificabile, a fronte della possibilità di esperire ulteriori accertamenti meno invasivi, intraprendere l’intervento con intento diagnostico – esplorativo ( come è poi stato qualificato dai sanitari (guarda caso !) a posteriori ) in quanto alla diagnosi corretta si sarebbe potuti pervenire con un semplice esame radiologico, come è stato fatto dopo l’intervento. In conclusione, pur potendosi ammettere difficoltà iniziali nella diagnosi differenziale tra fecaloma e fibroma uterino, i sanitari hanno errato :1) non aver tenuto in conto i precedenti anamnestici presso l’Ospedale di Alessandria, ma soprattutto 2) per non aver tenuto in nessun conto i forti dubbi che l’esame ecografico introduceva nei riguardi del precedente esame obiettivo e convincimento diagnostico.”

Medesime considerazioni sulla Struttura di Casale Monferrato sono state svolte dal Collegio peritale nominato nel giudizio di merito, i quali hanno asserito la macroscopica responsabilità del Ginecologo nel non aver tenuto in nessuna considerazione il referto dell’ecografia eseguita il giorno precedente l’intervento.

Tutti i Consulenti hanno ritenuto il danno da invalidità permanente pari al 5%.

Per la liquidazione del danno vengono applicate le tabelle sui danni micropermanenti di cui all’art. 139 d.lgs. 209/2005 e vengono liquidati euro 5.256,57 pari a cinque punti percentuale per persona di anni 33 all’epoca del fatto, ed euro ( 46,20 x gg.7) + euro (46,20/2 x gg. 15) + euro (46,20/4 x gg. 10) = euro 785,40 per invalidità temporanea.

Per quanto riguarda la domanda svolta nei confronti dell’Ospedale di Alessandria il Giudice evidenzia che giurisprudenza (sia pure in casi opposti di nascita indesiderata di bambino malformato), ha espresso il principio che gli obblighi di protezione derivanti dal contatto sociale della madre con la struttura sanitaria non possono non estendersi anche al padre.

” In tema di responsabilità del medico per erronea diagnosi concernente il feto e conseguente nascita indesiderata, il risarcimento dei danni, che costituiscono conseguenza immediata e diretta dell’inadempimento della struttura sanitaria all’obbligazione di natura contrattuale gravante sulla stessa, spetta non solo alla madre, ma anche al padre, atteso il complesso di diritti e doveri che, secondo l’ordinamento, si incentrano sulla procreazione cosciente e responsabile, considerando che, agli effetti negativi della condotta del medico ed alla responsabilità della struttura ove egli opera non può ritenersi estraneo il padre che deve, perciò, considerarsi tra i soggetti “protetti” e, quindi, tra coloro rispetto ai quali la prestazione mancata o inesatta è qualificabile come inadempimento, con il correlato diritto al risarcimento dei conseguenti danni , immediati e diretti.”

In applicazione di tali principi, la domanda avanzata dagli attori nei confronti dell’Ospedale di Alessandria è fondata.

La donna, dopo la prima diagnosi di fibroma, fu avviata insieme al compagno, ad un percorso di counseling che si concluse con la decisione della coppia di interrompere la gravidanza.

Quanto alla scusabilità dell’erronea diagnosi nemmeno la CTU del’ATP, che alla fine del suo elaborato è pervenuta ad una conclusione di non responsabilità dei sanitari di Alessandria, ha sostenuto che tale errore fosse scusabile, al contrario ha affermato che dovevano assolutamente essere effettuati ulteriori approfondimenti diagnostici, prescritti dai medici dell ‘Ospedale e a cui la donna si era poi volontariamente sottratta .

Ciò escluderebbe la responsabilità dei sanitari poichè gli stessi non avrebbero posto la diagnosi in termini di certezza, ma in termini dubitativi, prescrivendo infatti alla dimissione dal primo ricovero una visita di controllo da effettuarsi il successivo 9/7 e una risonanza magnetica programmata per il 13 luglio, ed entrambi tali accertamenti non venivano effettuati.

La seconda CTU ha evidenziato nella relazione di ricovero consegnata alla paziente all’atto della dimissione il 6 luglio 2012 che non risulta la fissazione di un controllo per il successivo 9/7, così come è solo annunciata l’intenzione di l’effettuare una risonanza magnetica con la dicitura ” La paziente verrà contattata per una risonanza magnetica “.

Non vi è quindi effettiva evidenza che la donna fu avvisata dell’effettiva necessità di un controllo e in generale che i medici prospettarono dei dubbi sulla diagnosi che avevano effettuato, diagnosi che anzi è evidenziata in termini di pressoché quasi totale certezza in tutta la documentazione clinica agli atti.

Conclusivamente, a determinare l’ interruzione della gravidanza fu un concomitante concorso di due fattori. Da un lato la formulazione in termini di quasi certezza di una diagnosi sbagliata e la conseguente prospettazione ai futuri genitori di una patologia grave che richiedeva l’interruzione della gravidanza.

Dall’altro lato il rifiuto della donna di sottoporsi all’unico riscontro – della diagnosi precedentemente prospettatale – che certamente le fu proposto : l’effettuazione di risonanza magnetica il 13 luglio 2012, poco prima di sottoporsi all’intervento di interruzione della gravidanza.

Se infatti la donna si fosse sottoposta a tale controllo diagnostico si sarebbe potuto scoprire l’errore e riconsiderare la necessità dell’aborto.

Per tali ragioni viene stimato il concorso di colpa del danneggiato ai sensi dell’art. 1227 c.c. pari al 35%, con conseguente riduzione per tale percentuale del danno liquidabile a favore degli attori.

Per quanto concerne il parametro per la liquidazione del danno il Tribunale ricorre alle tabelle milanesi del danno non patrimoniale da perdita rapporto parentale e viene liquidata la somma di euro 260.920,00, diminuita del 35%, addivenendosi all’importo di euro 169.598,00 per ciascuno.

Avv. Emanuela Foligno

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