Morta dopo una policistectomia, ginecologa rinviata a giudizio

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Il medico finirà a processo con l’accusa di omicidio colposo per il decesso di una donna di 66 anni morta dopo una policistectomia nel 2015 presso l’Ospedale di Frosinone

Morta dopo una policistectomia per la lesione di un’arteria durante l’intervento chirurgico. E’ la tragica sorte capitata a una 66enne della provincia di Frosinone, morta nell’agosto del 2015 presso l’Ospedale del capoluogo ciociaro.

La donna si era ricoverata in regime di day hospital per sottoporsi a un intervento per la rimozione di alcuni polipi all’utero. A causa di una complicazione insorta in sala operatoria, tuttavia, era stata trasferita in rianimazione e non aveva più ripreso conoscenza. La paziente, secondo quanto appurato, morì stroncata da un’aritmia innescata da uno shock emorragico.

Le successive indagini, avviate su denuncia presentata dai familiari, avevano portato all’iscrizione nel registro degli indagati della ginecologa che effettuò l’intervento. Nelle scorse ore, il Giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Frosinone ha deciso di rinviarla a giudizio per omicidio colposo.

Decisiva in tal senso, come riportano gli organi di stampa locali, sarebbe stata la perizia depositata dal consulente della Procura.

Secondo l’esperto il camice bianco avrebbe peccato di negligenza, imprudenza e imperizia. Più specificamente avrebbe provocato, “durante l’effettuazione di un intervento chirurgico di resezione isteroscopica e biopsia endometriale con ansa monopolare, la lacerazione dell’utero in prossimità dell’istmo e una lacerazione lineare a tutto spessore di circa 1,5 centimetri dell’arteria iliaca esterna sinistra”.

La dottoressa, per l’accusa, dopo un primo prelievo di tessuto effettuato nella parete destra dell’utero avrebbe effettuato “un secondo accesso in utero con lo strumento”. In tal modo avrebbe aumentato ingiustificatamente il rischio operatorio in presenza di un utero della paziente atrofico.

Inoltre, avrebbe omesso di sospendere l’intervento “in presenza di un’ottica dello strumento che non permetteva una visione ottimale del campo operatorio e in assenza di ragioni di urgenza”.

La difesa, invece, aveva sostenuto che alla base della tragedia non vi sarebbe stato un errore umano bensì un guasto meccanico. Tale ipotesi aveva portato alla richiesta da parte del magistrato inquirente di un esame particolare sul resettore uniculare, il macchinario utilizzato in sala operatoria. Dagli accertamenti svolti, tuttavia, non era emerso nulla di anomalo.

I legali della ginecologa, inoltre, confortati dai propri consulenti, sostengono che la lesione si sarebbe verificata al primo accesso, come proverebbe un movimento spontaneo della gamba della paziente. Il processo, la cui prima udienza è prevista ad aprile, consentirà di valutare meglio le due diverse tesi contrapposte.

 

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