La CTU accerta la elevatissima probabilità logico-scientifica di una correlazione causale tra esposizione ad amianto e insorgenza di neoplasia mesoteliale maligna (Tribunale di Venezia, Sez. Lavoro, Sentenza n. 72/2021 del 01/04/2021 RG n. 2069/2019)

Il lavoratore danneggiato, unitamente alla moglie, citano a giudizio il datore di lavoro onde vederlo condannato al risarcimento dei danni per l’insorgenza di neoplasia mesoteliale maligna di natura professionale.

In particolare il lavoratore deduce:

  • di avere lavorato dal 1974 al 2000 presso lo stabilimento di Porto Marghera, in qualità di tubista presso il reparto montaggi/sala macchine, mansioni che lo avevano esposto per lungo tempo ad inalazione di fibre di amianto, sino alla diagnosi di mesotelioma del 29.10.2018, per la quale l’Inail erogava la rendita di legge;
  • la causa viene istruita mediante CTU Medico-legale e prove testimoniali e, all’esito della fase istruttoria, il Tribunale ritiene fondate le domande avanzate;
  • risulta pacificamente dimostrato che il lavoratore è affetto da mesotelioma pleurico e che tale patologia e causalmente riconducibile all’attività lavorativa espletata tra il 1974 e il 2000 alle dipendenze della società convenuta, che colposamente ha violato i precetti di tutela di cui all’art. 2087 c.c. e della normativa di prevenzione sugli infortuni.

Riguardo il nesso causale la CTU ha accertato: “alto grado di credibilità razionale” o “probabilità logica” circa la riconducibilità dell’insorgenza della patologia contratta all’attività professionale svolta ..(..).. ” appare … elevatissima la probabilità logico -scientifica di una correlazione causale tra esposizione ad amianto ed insorgenza di patologia neoplastica mesoteliale maligna nella vicenda del periziato che risulta esposto all’inalazione di fibre di amianto dal 1974 fino almeno alla fine degli anni ’80 , per la sua attività di tubista in sala macchine nell’ambito di navi in costruzione. Pur non potendo escludersi un contributo causale anche di pregresse esposizioni nell’ambito dell’attività lavorativa come saldatore tubista dal 1969 al 1971 presso altro datore e dal 1971 al 1974 presso ulteriore datore , nulla è dato sapere in relazione alle concrete modalità di svolgimento ivi delle prestazioni da parte del ricorrente né circa l’ ambiente lavorativo , diversamente da quanto emerso sull’attività prestata alle dipendenze della convenuta, con esposizione a rischio dimostrata per un periodo di tempo elevato e per la quale i tempi di latenza rispetto alla diagnosi di mesotelioma sono assolutamente coerenti”.

Le dichiarazioni testimoniali hanno confermato che il ricorrente svolgeva mansioni di tubista e carpentiere impiegato nella costruzione di navi, in particolare in apparato motore, ed in seguito dal 1991 di addetto alla sicurezza/anti-incendio a bordo nave; con riferimento all’attività di tubista, é emerso che l’attore operava in ambiente in cui era utilizzato amianto, apposto e manipolato da personale facente capo a ditte terze nei medesimi ambienti ove operava il ricorrente ed anche in concomitanza con lo stesso, in quanto le diverse fasi di lavorazione nella sala macchine si svolgevano in sostanza simultaneamente, anche se in piani diversi, ma comunque in assenza di una rigorosa segregazione; inoltre lo stesso personale compresi i tubisti, per il taglio delle tubature utilizzava coperte di amianto. Gli stessi tubisti, peraltro, in caso di modifiche dovevano togliere il rivestimento in amianto da tubature e flage.

Per converso, la società datrice non ha dimostrato di avere posto in essere tutte le accortezze – per quanto individuate dalle conoscenze dell’epoca – al fine di eliminare o ridurre l’esposizione ad amianto da parte del proprio personale.

In particolare, il datore di lavoro ha omesso una corretta e completa informazione circa i gravi rischi connessi all’esposizione all’ amianto; una dotazione di DPI adeguati e l’adozione di sistemi di aspirazione idonei quantomeno ad abbattere il rischio di inalazione; la segregazione delle attività comportanti maggiore diffusione di fibre di amianto dalle altre attività; l’utilizzazione di un servizio di lavanderia interno aziendale.

Tutto ciò, nonostante la specifica pericolosità dell’amianto fosse stata riconosciuta dalla legislazione fin da prima del 1956.

Oltretutto, sottolinea il Tribunale, nel periodo in cui l’attore lavorava alle dipendenze della società convenuta la pericolosità dell’amianto era ben nota in relazione all’asbestosi ed al cancro al polmone, egualmente era nota la correlazione tra esposizioni, anche a bassa intensità, e patologie tumorali ed anche con lo sviluppo di mesotelioma pleurico.

Per tali ragioni viene ritenuta sussistente la responsabilità ex art. 2087 c.c. della società datrice di lavoro per la patologia insorta a carico dell’attore.

Venendo al risarcimento dei danni, il Tribunale premette che nonostante la gravità della patologia e la prognosi sfavorevole il CTU non ha fatto riferimento ad una situazione sanitaria in rapido decadimento ed anzi nella perizia si dà atto che il ricorrente si era sottoposto 5 mesi prima ad un controllo oncologico che aveva individuato un quadro stazionario, e che i controlli erano previsti a cadenza semestrale.

Facendo applicazione delle Tabelle milanesi, e considerato che il CTU ha individuato una invalidità dell’80%, il danno non patrimoniale viene equitativamente quantificato in euro 639.790,00.

Tale importo deve essere decurtato della rendita erogata dall’Inail a titolo di danno biologico.

Passando, poi, al danno non patrimoniale invocato dalla moglie, il Tribunale ritiene la domanda fondata ed osserva che “la complessiva situazione psico-fisica del marito, che a 69 anni soffre di una patologia molto grave caratterizzata da prognosi sfavorevole, non può non avere inciso fortemente nella vita della moglie, che lo ha sempre accudito come confermato anche dalle deposizioni testimoniali, pregiudicando relazioni esterne e la relazione coniugale , ridimensionando le sue aspettative e concrete possibilità relativamente al futuro , determinando un’inevitabile stato di sofferenza morale.

Per tale voce di danno il Tribunale equitativamente liquida l’importo di euro 124.000,00 , in relazione alla metà della media prevista dalle tabelle adottate nel Tribunale di Milano per la perdita del coniuge.

In conclusione, la società datrice di lavoro viene condannata:

  • a risarcire al lavoratore il danno non patrimoniale derivante dalla malattia professionale contratta, per euro 639.790,00, detratto l’importo capitalizzato della rendita per malattia professionale istituita a suo favore dall’ INAIL – per la quota riferibile al danno biologico;
  • a risarcire alla moglie il danno non patrimoniale patito in relazione alla patologia di origine professionale insorta in capo al marito per euro 124.000,00 .

Le spese di lite e quelle di CTU, seguono il principio della soccombenza e vengono poste in capo alla società datrice di lavoro.

Avv. Emanuela Foligno

Hai vissuto una situazione simile e vuoi ottenere, in breve tempo, il riconoscimento dei tuoi diritti? Scrivici per una consulenza gratuita di procedibilità a redazione@responsabilecivile.it o invia un sms, anche vocale, al numero WhatsApp 3927945623

Leggi anche:

Ernie e protrusioni discali lombo sacrali da malattia professionale

LASCIA UN COMMENTO O RACCONTACI LA TUA STORIA

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui